KARL OVE KNAUSGARD.
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LA MIA LOTTA.
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Parte 3.
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Titolo originale: Min Kamp 1. 2009.
Traduzione di: Lisa Raspanti.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Quando ero piccolo, avevo paura del bagno qui di sotto. Lo scaldabagno, che doveva essere
degli anni Cinquanta, del tipo che aveva una leva metallica con un piccolo pomello nero su un lato, era
appeso in alto e continuava a fischiare a lungo dopo che qualcuno l'aveva usato e quel fischio che
veniva dal buio, da un piano della casa che nessuno usava e che era vuoto, con il suo tappeto blu pulito
che copriva tutto il pavimento, il suo guardaroba con cappotti e impermeabili appesi in modo ordinato,
la mensola con i cappelli del nonno e della nonna e quella con le loro scarpe, che nella mia fantasia
erano degli esseri dotati di vita, come tutte le cose a quell'epoca, e la scala che si spalancava verso il
piano di sopra, tutto questo mi spaventava sempre con una tale intensit che dovevo usare tutta la mia
forza di convinzione per affrontarlo e andare in bagno. Sapevo che non c'era nessuno, sapevo che il
sibilo era solo un sibilo, che i cappotti erano solo cappotti, le scarpe solo scarpe, la scala solo una scala,
ma probabilmente quella consapevolezza non faceva altro che intensificare lo spavento, perch non
volevo stare da solo con tutte quelle cose, era di questo che avevo paura, e quelle non-creature morte la
facevano crescere. Riuscivo ancora a sentire gli echi di quel modo di percepire il mondo. Il water
sembrava una creatura vivente, e anche il lavello e la vasca da bagno, e il sacco della spazzatura, quello
stomaco nero sul pavimento pronto a ingurgitare di tutto.
Ma proprio quella sera il turbamento che questo mi provocava si fece sentire di nuovo, perch
qui era venuto meno il nonno e perch pap era morto su in salotto il giorno prima, cosicch la morte in
questi oggetti si ricollegava con la loro morte, quella di mio padre e di mio nonno.
Dunque, come tenere lontana quella sensazione?
Oh, l'unica cosa che potevo fare era pulire. Sfregare e strofinare e raschiare e lustrare. Vedere
come, una piastrella dopo l'altra, tutto diventava pulito e lucente. Pensare che tutto quello che qui era
stato distrutto poteva essere rimesso a posto. Tutto. Tutto. E che io mai, per nessun motivo, avrei fatto
la sua fine. Quando ebbi lavato le piastrelle e il pavimento, buttai l'acqua nel water e tirai lo
sciacquone, mi sfilai i guanti gialli e li poggiai sul bordo del secchio rosso vuoto, pensando che dovevo
ricordarmi di comprare al pi presto una spazzola per il water. Chiss che non ce ne fosse una nell'altro
bagno. Aprii la porta per vedere. Ma s, ce n'era una. Ora potevamo usare quella, in qualunque stato
fosse, e poi comprarne una nuova luned. Mentre andavo verso le scale, mi fermai. La porta della
stanza da letto della nonna era socchiusa e, senza motivo, la aprii e sbirciai dentro.
Oh, no.
Non c'erano lenzuola sul materasso, dormiva direttamente sulla superficie ruvida, macchiata di
pip. Accanto al letto c'era una specie di sedile da usare come toilette, con sotto un secchio. C'erano
vestiti sparsi dappertutto. Alla finestra una fila di piante appassite. Il puzzo di ammoniaca era
soffocante.
Che razza di schifo c'era qui. Che schifosissimo casino di merda.
Rimisi la porta com'era e salii lentamente al primo piano su per le scale. La ringhiera in alcuni
punti era quasi nera per la patina. Ci posai la mano e sentii che era appiccicosa. Dal pianerottolo sentii
il suono della televisione. Quando entrai in salotto, la nonna era seduta su una sedia nel mezzo della
stanza e la fissava. Guardava il telegiornale di TV 2. Dunque doveva essere tra le sei e mezzo e le sette.
Come poteva stare seduta sulla sedia accanto a quella su cui lui era morto?
Mi si strinse lo stomaco e le lacrime che spuntarono, come spinte fuori a forza, insieme alle
contrazioni del viso che non riuscivo a controllare, erano assai pi forti dei conati di vomito e quella
sensazione di squilibrio e di asimmetria mi sopraffece quasi come un attacco di panico, mi sentii quasi
trascinare via. Se avessi potuto, sarei caduto in ginocchio e avrei giunto le mani e avrei gridato a Dio,
avrei gridato, ma non potevo farlo, non c'era nessuna possibilit di salvezza, il peggio era gi successo,
era passato.
Quando arrivai in cucina, era vuota. Tutti i mobili erano stati puliti e, anche se c'era ancora
molto da fare (le pareti e il pavimento, i cassetti, il tavolo e le sedie), entrare l dentro mi fece stare
meglio. Sul bancone c'era una delle bottiglie di plastica di birra da mezzo litro. Delle goccioline
coprivano l'etichetta. Accanto c'era un pezzo di formaggio marrone con sopra il tagliaformaggio e un
pezzo di formaggio giallo e un pacchetto di margarina con dentro piantato un coltello da burro, con il
manico che pendeva da una parte. Il tagliere era stato tirato fuori dal mobile, sopra c'era una pagnotta
semintegrale, che sbucava da un sacchetto di carta bianco e rosso. L davanti il coltello per il pane,
croste e briciole.
Presi un sacchetto di plastica dal cassetto in fondo e ci svuotai i due posacenere che erano sul
tavolo, lo annodai e lo misi nel sacco nero della spazzatura che era in un angolo, per met vuoto,
afferrai uno straccio e ripulii il tavolo dai resti di tabacco e dalle briciole, misi la busta del tabacco e la
macchinetta per rollare della nonna sopra la scatola delle cartine di sigaretta in un angolo del tavolo,
proprio sotto il davanzale, aprii la finestra e la bloccai con il gancio. Poi andai a cercare Yngve. Come
immaginavo, era seduto fuori sulla veranda. In una mano aveva un bicchiere di birra, nell'altra una
sigaretta.
Ne vuoi anche tu? mi chiese quando uscii. C' una bottiglia in cucina.
No grazie dissi. Non dopo quello che  successo. Non berr mai pi birra dalle bottigliette
di plastica.
Mi guard e sorrise.
Sei cos sensibile. Quella bottiglia era chiusa. Era in frigorifero. Non ci ha mica bevuto lui.
Accesi una sigaretta e mi appoggiai con la schiena alla ringhiera.
Che facciamo con il giardino? dissi.
Yngve si strinse nelle spalle.
Non possiamo mica sistemare tutto.
Io vorrei dissi.
Eh?
S.
Avevo pensato di raccontargli adesso del mio progetto. Ma non ci riuscii. Sapevo che Yngve se
ne sarebbe uscito con delle proposte alternative e ne sarebbe nata una discussione che non volevo. Oh,
erano piccolezze, ma la mia vita era forse mai stata fatta di altre cose? Quando eravamo piccoli,
ammiravo Yngve, come i fratelli minori ammirano i maggiori, non cercavo l'approvazione di nessuno
se non la sua e, anche se lui era un po' troppo grande perch le nostre strade si incrociassero quando
eravamo fuori, stavamo insieme quando eravamo in casa. Non alla pari, naturalmente, di regola era la
sua volont a prevalere, ma eravamo comunque vicini. Anche perch dovevamo affrontare lo stesso
nemico: pap.
Non ricordavo molti episodi della mia infanzia, ma i pochi che erano rimasti erano significativi.
Per esempio il fatto che potevamo ridere a crepapelle di piccolezze, come quella volta che eravamo in
tenda in Inghilterra, nell'estate del 1976, cos insolitamente calda, e una sera eravamo saliti su una
collina vicino al campeggio ed eravamo passati davanti a una macchina e Yngve aveva detto che i due
che erano seduti l dentro si stavano baciando, cosa che io avevo frainteso e avevo capito invece
pisciando, ed eravamo rimasti piegati in due dalle risate per diversi minuti, risate che continuarono a
scoppiare di nuovo per i motivi pi futili per il resto della serata.
Se c' qualcosa che mi manca dell'infanzia, deve essere proprio questo, ridere senza freni di
qualche sciocchezza insieme a mio fratello. Ricordo che, sempre durante quella vacanza, giocavamo a
calcio una sera sul prato accanto alla tenda, insieme a due ragazzi inglesi, Yngve con il suo cappellino
del Leeds, io con il mio del Liverpool, il sole che tramontava sulla campagna, il buio che cresceva
intorno a noi, le voci basse dalle tende intorno, io che non capivo una parola di quello che dicevano,
Yngve che me lo traduceva orgoglioso. La piscina in cui andammo una mattina prima di ripartire, dove
io, che non sapevo nuotare, mi avventurai comunque nell'acqua alta, aggrappandomi a un pallone di
gomma, che improvvisamente mi scivol di mano, cos che affondai, in una piscina in cui eravamo da
soli, Yngve che chiam aiuto, il ragazzo che arriv di corsa e riusc a tirarmi su, il mio primo pensiero,
dopo che ebbi bevuto un po' d'acqua con il cloro, che fu che mamma e pap non avrebbero mai dovuto
sapere quello che era successo. Le giornate legate a questi avvenimenti erano infinite e il legame che
avevano creato tra noi indistruttibile. Il fatto che lui potesse essere pi crudele degli altri con me non
cambiava le cose, ma era parte integrante di tutto questo e, nella situazione in cui vivevamo, l'odio che
provavo per lui non era pi grande di ci che un ruscello  per il mare, una luce per la notte. Sapeva
esattamente cosa dire per farmi arrabbiare cos tanto da farmi perdere il senno. Se ne stava calmissimo,
con il suo sorriso canzonatorio, e mi punzecchiava finch la rabbia non aveva il sopravvento e io non ci
vedevo pi, in senso letterale, vedevo nero e non rispondevo pi di me. Capitava che gli lanciassi la
tazza che tenevo in mano, con tutta la mia forza, o una fetta di pane, se quella era ci che avevo in
mano in quel momento, o un'arancia, se addirittura non mi avventavo su di lui e cominciavo a tirare
colpi a casaccio, accecato dalle lacrime e da quella rabbia nera, mentre lui manteneva il controllo della
situazione e mi teneva le mani e diceva su via, su via, piccolino, sei arrabbiato, povero piccolo...
Sapeva anche quali erano le cose di cui avevo paura, quindi, quando la mamma aveva il turno di sera e
pap era alle riunioni del consiglio comunale e in televisione facevano vedere la replica della serie di
fantascienza Il passeggero clandestino, che di solito veniva trasmessa la sera tardi proprio perch quelli
come me non la potessero vedere, per lui era la cosa pi semplice del mondo spegnere tutte le luci di
casa, chiudere a chiave la porta di fuori, voltarsi verso di me e dirmi Io non sono Yngve. Sono un
clandestino, mentre io gridavo per la paura e lo supplicavo e lo pregavo di dirmi che era Yngve, dillo,
dillo, sei Yngve, lo so, Yngve, Yngve, non sei un clandestino, tu sei Yngve... Un'altra cosa di cui sapeva
che avevo paura era il suono che si sentiva nei tubi quando veniva aperto il rubinetto dell'acqua calda,
un suono acuto che subito si trasformava in colpi, impossibile per me da affrontare in altro modo se
non dandomi alla fuga, e cos facemmo un patto, che lui non avrebbe tolto il tappo dopo essersi lavato
nel lavandino la mattina, ma ci avrebbe lasciato l'acqua per me. Ogni mattina per circa sei mesi mi
lavai in quel modo la faccia e le mani, nell'acqua in cui si era lavato Yngve.
Quando a diciassette anni se ne and di casa, naturalmente il nostro rapporto cambi. Appena la
quotidianit spar, si rafforz l'immagine che mi ero fatta di lui e della sua vita, soprattutto quella a
Bergen, dove era andato per studiare. Volevo vivere come viveva lui.
Nell'autunno in cui facevo la prima liceo, andai a trovarlo a Bergen, nello studentato di Alrek,
dove aveva una stanza. La prima cosa che feci quando arrivai in centro con l'autobus dall'aeroporto, fu
trovare un tabaccaio e comprarmi un pacchetto di sigarette Prince e un accendino. Non avevo mai
fumato prima, ma gi da tempo pensavo di farlo e, da solo a Bergen, ne avrei avuto la possibilit. Ero
l, sotto le guglie verdi della chiesa di Johanneskirken, con la piazza di Torgallmenningen davanti a me,
piena di persone, di macchine e di vetri scintillanti. Il cielo era blu, lo zaino era a terra accanto a me, la
sigaretta me l'ero messa all'angolo della bocca e quando la accesi con l'accendino giallo, riparandolo
dal vento con la mano, lo feci con una forte sensazione di libert, che quasi mi sopraffaceva. Ero solo,
potevo fare quello che volevo, tutta la vita mi si apriva davanti. Tossii leggermente, il fumo mi
raschiava la gola, ma dopo gli inizi and bene, la sensazione di libert non diminu di intensit e,
quando ebbi finito di fumare, infilai nella tasca della giacca il pacchetto bianco e rosso, mi buttai lo
zaino sulle spalle e andai da Yngve. Al liceo di Kristiansand niente era mio, Yngve invece era mio, ci
che era suo era anche mio e quindi ero davvero contento, ma anche orgoglioso, quando un'ora dopo ero
accosciato nella sua camera, in cui il sole penetrava dalla finestra coperta dallo smog, e guardavo tra i
suoi dischi nelle tre casse da vino vicino al muro. Quella sera uscimmo insieme a tre ragazze che lui
conosceva e io mi feci prestare il suo deodorante, un Old Spice, e il suo gel per capelli e, prima di
uscire, davanti allo specchio dell'ingresso, lui arrotol le maniche della camicia a quadri bianchi e neri
che mi ero messo, uguale a quella che portava in quel periodo The Edge degli U2 in molte foto, e mi
raddrizz il bavero della giacca. Ci ritrovammo con le ragazze in uno dei loro appartamenti, erano
molto divertite dal fatto che avessi solo sedici anni e pensavano che avrei dovuto tenere una di loro per
mano mentre passavamo davanti al buttafuori, cosa che feci, la prima volta che entravo in un locale
vietato ai minori di diciotto anni. Il giorno dopo andammo al Caf Opera e al Caf Galleri, dove vidi
anche la mamma. Viveva in un appartamento, da sua zia Johanna, su per Sndre Skogveien, che poi fu
preso da Yngve, e dove gli feci visita quando tornai a Bergen le volte successive. Una volta l'anno
dopo arrivai con un registratore per intervistare la band americana Wall of Voodoo, che quella sera
suonava allo Hulen. Non avevo un appuntamento, ma entrai comunque con la mia tessera da giornalista
mentre facevano il soundcheck e restammo ad aspettarli tra le quinte, io vestito con una camicia bianca
e una cravatta di cuoio nera con una grossa aquila lucente, pantaloni neri e stivali. Ma quando la band
arriv, non riuscii a parlarci, faceva paura quel gruppo di trentenni drogati di Los Angeles, e fu Yngve
a salvare la situazione. Hey, mister! grid, e il bassista si volt e venne verso di noi e Yngve disse This
is my little brother, he has come all the way from Kristiansand down south to make an interview with
Wall of Voodoo. Is that okay with you?
Nice tie! disse il bassista, che seguii subito nel loro camerino, con il viso paonazzo. Era tutto
vestito di nero, aveva dei grossi tatuaggi sulle braccia, lunghi capelli neri e stivali da cowboy, e fu
oltremodo gentile, mi offr una birra e rispose dettagliatamente alle mie domande da giornalino della
scuola. Un'altra volta a Bergen, su uno dei soffici divani di pelle del Caf Galleri, intervistai Blaine
Reininger, che aveva appena lasciato i Tuxedomoon. Non misi mai in dubbio, neppure per un attimo,
che dopo il liceo mi sarei trasferito qui, in questa metropoli, con i suoi caff, i locali per i concerti e i
negozi di dischi.
Dopo il concerto dei Wall of Voodoo restammo allo Hulen e decidemmo che mi sarei trasferito
anch'io e avremmo formato una band; Paul, un amico di Yngve, poteva suonare il basso, Yngve la
chitarra e io la batteria. Per il cantante c'era ancora tempo. Yngve avrebbe scritto le melodie, io i testi e
un giorno, ci dicemmo quella sera, avremmo suonato qui, allo Hulen. Andare a Bergen per me a quel
tempo significava fare un salto nel futuro. Lasciavo la mia vita presente e passavo qualche giorno nella
mia vita futura, per poi fare ritorno. A Kristiansand ero da solo e dovevo combattere per tutto, a Bergen
ero insieme a Yngve e quello che aveva lui arrivava anche a me. Non solo i locali e i caff, i negozi e i
parchi, le sale di lettura e gli auditorium, ma anche tutti i suoi amici, che, quando venivo loro
presentato, non solo sapevano chi ero, ma anche cosa facevo, che avevo un programma musicale mio in
una radio locale e che scrivevo le recensioni di dischi e concerti sul Fdrelandsvennen e dopo questi
incontri Yngve mi raccontava sempre cosa avevano detto di me, erano per lo pi le ragazze che
avevano commenti da fare, che ero bello o maturo per la mia et e cos via, ma anche i ragazzi e tra
questi un'osservazione in particolare fu inopportuna, quella di Arvid, che disse che somigliavo tanto al
ragazzo della Morte a Venezia di Visconti. Per loro ero qualcuno e questo grazie a Yngve. Mi port con
s a Vindilhytta, dove lui e tutti i suoi amici si ritrovavano la sera dell'ultimo dell'anno, e un'estate in
cui vendevo cassette per strada ad Arendal e avevo un sacco di soldi uscivamo quasi ogni sera e ricordo
che una volta Yngve fu stupito, ma anche orgoglioso, di vedermi bere cinque bottiglie di vino e riuscire
a comportarmi ancora in maniera passabile. Alla fine dell'estate mi misi insieme alla sorella della
ragazza di Yngve. In quel periodo lui mi fece un sacco di foto con la sua Nikon reflex, tutte in bianco e
nero, tutte incredibilmente raffinate, e una volta andammo anche insieme dal fotografo, con l'idea di
regalare per Natale una foto di noi due ai nonni, sia quelli da parte di pap che quelli da parte della
mamma, e gliela regalammo, ma la foto fin anche sulla vetrina del fotografo nel foyer del cinema di
Kristiansand, dove chiunque poteva vederci in posa, con i nostri vestiti e le nostre pettinature anni
Ottanta. Yngve con una camicia azzurra, un laccio di cuoio al polso, i capelli lunghi sul collo e corti in
cima, io con la mia camicia a quadri bianchi e neri, la mia giacca nera con le maniche arrotolate, la mia
cintura con le borchie e i miei pantaloni neri, con i capelli ancora pi lunghi di Yngve sul collo e
ancora pi corti sulla testa e anche una croce appesa a un orecchio. A quell'epoca andavo spesso al
cinema, di solito con Jan Vidar o con qualche amico di Tveit, e quando vedevo quella foto appesa l,
nella teca illuminata, non riuscivo mai veramente a ricollegarla a me, cio alla vita che facevo a
Kristiansand, che aveva in s una determinata qualit esteriore, oggettiva, nel senso che era legata a
luoghi precisi, come la scuola, la palestra, il centro della citt, e a persone precise, i miei amici, i
compagni di classe, i compagni di squadra, mentre, in un modo del tutto diverso, quella fotografia era
legata a qualcosa di intimo e nascosto, prima di tutto ai parenti pi stretti, ma anche a quello che un
giorno sarei diventato, se solo fossi riuscito ad andarmene da l. Se Yngve parlava di me ai suoi amici,
io non nominavo mai lui ai miei.
Era disorientante e doloroso che quello spazio interiore dovesse essere appeso fuori sotto gli
sguardi di tutti. Ma, a parte un paio di commenti, nessuno ci fece caso, dato che io non ero uno a cui la
gente si interessava.
Tuttavia, quando alla fine uscii dal liceo, nel 1987, per qualche motivo non mi trasferii a
Bergen, ma andai in un paesino su un'isola della Norvegia del Nord, dove lavorai per un anno come
insegnante. L'idea era di scrivere il mio romanzo la sera e con i soldi che avevo guadagnato grazie al
lavoro di insegnante girare per un anno l'Europa; comprai un libro in cui venivano descritti tutti i
lavoretti possibili e non nei paesi d'Europa e questo era quello che avevo in mente, viaggiare da una
citt all'altra, da un paese all'altro, lavorare un po', scrivere un po' e fare una vita libera e
indipendente, ma poi grazie ai testi che avevo scritto quell'anno entrai alla nuova Accademia di
Scrittura della regione dello Hordaland e, entusiasta per essere stato accettato, cambiai i miei piani e a
diciannove anni feci rotta per Bergen, dove, a dispetto di tutti i sogni e le aspettative di una vita
vagabonda per il mondo, rimasi per quasi nove anni.
E cominci bene. Splendeva il sole quando scesi dall'autobus dell'aeroporto sulla piazza del
mercato del pesce e Yngve, che lavorava come receptionist all'hotel Orion nei fine settimana e durante
le vacanze, era di buon umore quando mi vide arrivare. Doveva lavorare un'altra mezz'ora, poi
avremmo potuto comprare gamberetti e birre e festeggiare l'inizio della mia nuova vita. Ci sedemmo
sulle scale davanti a casa sua a bere birra, mentre dallo stereo del salotto ci arrivava la musica degli
Undertones. Quando si fece sera, eravamo gi un po' ubriachi, chiamammo un taxi e andammo da Ola,
uno dei suoi amici, l bevemmo un altro po', prima di andare al Caf Opera, dove restammo fino alla
chiusura, a un tavolo dove arrivava gente in continuazione. Questo  mio fratello minore, Karl Ove,
diceva Yngve ogni volta, si  trasferito a Bergen per iniziare l'Accademia di Scrittura. Diventer uno
scrittore. Yngve mi aveva trovato un appartamento, a Sandviken, l'inquilina sarebbe andata per un
anno in Sud America, ma finch non si fosse liberato sarei stato sul divano di Yngve. Mentre ero l mi
riprendeva per delle piccolezze, come aveva sempre fatto le poche volte che avevamo vissuto insieme
per pi di qualche giorno, fin dal tempo di Alrek, quando venivo rimproverato perch tagliavo il
formaggio a fette troppo grosse, o perch non rimettevo a posto i dischi, e anche questa volta le
correzioni riguardavano i dettagli: non asciugavo abbastanza bene il pavimento dopo la doccia, facevo
cadere le briciole per terra quando mangiavo, non ero abbastanza attento quando posavo la puntina del
giradischi sul piatto. Finch a un certo punto non ne ebbi abbastanza, mentre eravamo in macchina e mi
spiegava che avevo sbattuto troppo forte la portiera l'ultima volta che mi ero messo a sedere. Gli gridai
furibondo che doveva smetterla di dirmi cosa dovevo fare. E cos, dopo quella volta non mi riprese pi.
Ma l'equilibrio nel rapporto tra noi rimase lo stesso, ero io a essere entrato nel suo mondo e quindi ero
e restavo il fratello minore. La vita all'Accademia di Scrittura era complicata e l non mi feci nessun
amico, in parte perch tutti erano pi grandi di me, in parte perch non riuscivo a trovare punti di
contatto tra loro e me, quindi and a finire che per lo pi trotterellavo dietro a Yngve, gli telefonavo per
chiedergli se aveva dei programmi per il fine settimana e ne aveva sempre, se mi potevo unire? Potevo.
E dopo aver vagato da solo per la citt un'intera domenica, o dopo essere rimasto in casa a letto a
leggere, la tentazione di andare da lui la sera era troppo grande, anche se mi dicevo che non dovevo
farlo, che dovevo cavarmela da solo, erano innumerevoli le sere che finivo sul divano davanti alla sua
televisione.
Dopo un po' lui si trasfer in un appartamento insieme ad altri e per me questo fu un male,
perch allora la mia dipendenza da lui divenne palese; raramente passava un giorno senza che mi
presentassi alla loro porta e, quando lui non era in casa, rimanevo nel loro salotto, o intrattenuto da uno
dei suoi coinquilini che si sentiva in dovere di farmi compagnia, o da solo, sfogliando una rivista di
musica o un giornale, come la stupida caricatura di un uomo fallito. Avevo bisogno di Yngve, ma
Yngve non aveva bisogno di me. Era cos. Certamente potevo parlare con i suoi amici mentre c'era
anche lui, allora esisteva un collegamento, ma da solo? Andare da solo da uno di loro? Sarebbe
sembrato strano e forzato e inopportuno, non funzionava. E poi bisogna anche dire che il mio
comportamento non era del tutto corretto, per dirla con un eufemismo, spesso mi ubriacavo e non
perdevo l'occasione di insultare qualcuno, se mi capitava. Spesso per il loro aspetto, o per piccoli e
stupidi particolari che magari avevo notato in loro.
Il romanzo che avevo scritto mentre frequentavo l'Accademia di Scrittura fu rifiutato, cominciai
l'universit, studiavo senza entusiasmo letteratura, non riuscivo pi a scrivere, e tutto quello che
restava della mia attivit di scrittore era il desiderio di essa. Che era forte, ma quanti nell'ambiente
universitario avevano desideri simili? Suonammo allo Hulen con la nostra band, i Kafkettiera,
suonammo al Garage, alcuni dei nostri pezzi furono trasmessi alla radio, ricevemmo un paio di buone
recensioni nei giornali di musica e fu una cosa positiva, ma sapevo anche che l'unico motivo per cui
facevo parte del gruppo era che ero fratello di Yngve, perch ero davvero un batterista mediocre. A
ventiquattro anni, all'improvviso capii che in effetti era questa la mia vita, che era proprio cos che
appariva e che probabilmente sarebbe stata cos sempre. Che il periodo degli studi, quel periodo della
vita di cui tutti parlano in continuazione, a cui tutti guardano indietro con gioia, per me non era altro
che una serie di giorni sconsolati, solitari e incompleti. Il fatto di non averlo ammesso prima era dovuto
alla speranza che portavo sempre dentro di me, a tutti i ridicoli sogni che pu coltivare un ventenne,
sulle donne e sull'amore, sugli amici e la felicit, sui doni segreti e il successo improvviso. Ma a
ventiquattro anni vidi le cose come stavano. Ed era okay, avevo le mie piccole gioie anch'io, non era
questo il problema, potevo sopportare tutto, ero senza fondo, fatevi pure avanti, giornate di solitudine e
di umiliazione, pensavo a volte, e io resister, io sono un pozzo, sono il pozzo dei falliti, dei miserevoli,
dei poveracci, degli insulsi, dei vergognosi, degli infelici e degli infami. Fatevi avanti! Pisciatemi
addosso! Smerdatemi pure se volete! Io resister! Io sopporter! Sono la sopportazione fatta persona!
Non ho mai avuto dubbi sul fatto che doveva essere questo quello che vedevano nei miei occhi le
ragazze a cui mi avvicinavo. Troppa volont, troppa poca speranza. Mentre Yngve, che per tutto quel
tempo aveva avuto i suoi amici, i suoi studi, il suo lavoro e la sua band, per non parlare delle fidanzate,
aveva tutte quelle che voleva.
Cosa possedeva lui che a me mancava? Come poteva succedere che lui avesse sempre fortuna,
mentre le ragazze con cui parlavo io sembravano o spaventate o che si prendessero gioco di me? Non
importa, io continuavo a stargli vicino. L'unico vero amico che conobbi in questi anni fu Espen, che
faceva l'anno dopo il mio all'Accademia di Scrittura e che incontrai al corso base di letteratura, dove
mi chiese di dare un'occhiata ad alcune sue poesie. Io non sapevo niente di poesia, ma le lessi e notai
delle piccolezze che gli erano sfuggite e dopo quello, un poco alla volta, diventammo amici. Espen era
il tipo che al liceo leggeva Beckett, ascoltava jazz e giocava a scacchi, aveva i capelli lunghi e la
tendenza a essere un po' nervoso e ansioso. Era chiuso a ogni gruppo che comprendesse pi di due
persone, ma intellettualmente aperto e il secondo anno che ci conoscevamo, debutt con una raccolta di
poesie, non senza gelosia da parte mia. Yngve ed Espen rappresentavano due lati della mia vita, e
ovviamente erano inconciliabili.
Espen evidentemente non se ne accorse, perch io fingevo sempre di sapere quasi tutto, ma lui
mi fece entrare nel mondo letterario pi avanzato, dove si scrivevano saggi su un verso di Dante, dove
non esistevano mai argomenti troppo complicati, dove l'arte era in contatto con le cose pi elevate, ma
non nel senso della solennit (perch ci stavamo muovendo all'interno del canone modernistico), ma
dell'inafferrabile, che veniva illustrato meglio di ogni altro dalla descrizione dello sguardo di Orfeo in
Blanchot, la notte delle notti, la negazione delle negazioni, che sicuramente era molto superiore alle
vite banali e per molti versi meschine che vivevamo noi, ma quello che imparai allora fu che anche le
nostre vite ridicolmente piccole, dove non potevamo ottenere niente di quello che volevamo, niente,
dove ogni cosa era al di l delle nostre capacit e del nostro potere, appartenevano a questo mondo e
quindi anche a ci che vi era di elevato, perch i libri esistevano, bisognava solo leggerli, nessuno a
parte me stesso poteva tenermene lontano. Era solo questione di arrivarci.
La letteratura modernista, con tutto il suo enorme meccanismo che era dappertutto intorno a noi,
era uno strumento, una forma di autoscoperta e, una volta rielaborata dal soggetto, le intuizioni che
forniva potevano essere respinte senza che andasse perduta la loro essenza, la forma in s restava e
poteva dunque essere riapplicata alla propria vita e alle proprie fascinazioni personali, che allora
improvvisamente potevano rivelarsi sotto una luce completamente nuova e piena di significato. Espen
percorreva questa strada e io lo seguivo, come uno stupido cagnolino, in realt, ma lo seguivo. Sfogliai
un po' Adorno, lessi qualche pagina di Benjamin, rimasi qualche giorno curvo su Blanchot, diedi
un'occhiata a Derrida e a Foucault, provai per un periodo ad avvicinarmi alla Kristeva, a Lacan, a
Deleuze, mentre mi giravano intorno anche poesie di Ekelf, Bjrling, Pound, Mallarm, Rilke, Trakl,
Ashbery, Mandelstam, Lunden, Thomsen e Haugen, sulle quali non perdevo mai pi di due minuti. Le
leggevo come fossero prosa, come un libro di MacLean o di Bagley e non imparavo niente, non capivo
niente, ma solo il fatto di essere in contatto con essi, di avere quei libri negli scaffali, mi port a un
cambiamento di coscienza, il semplice fatto di sapere che esistevano era un arricchimento e, anche se
non mi colmavano di conoscenza, ero comunque pi ricco di intuizioni e sensazioni.
Ora, non erano certo cose da tirare fuori a un esame o in una discussione, ma non era neppure
questo quello di cui io, il re delle approssimazioni, ero a caccia. Era l'arricchimento. E quello che mi
arricchiva quando leggevo per esempio Adorno, non era in quello che leggevo, ma nell'immagine che
avevo di me stesso mentre leggevo. Ero uno che leggeva Adorno! E in quel linguaggio pesante,
intricato, dettagliato, puntuale, che cercava di portare il pensiero sempre pi in alto e dove ogni punto
veniva fissato come un appiglio per uno scalatore, c'era anche qualcos'altro, una precisa modalit di
avvicinarsi all'atmosfera del reale, l'ombra di quelle frasi, che poteva risvegliare in me il vago
desiderio di usare quella lingua dall'atmosfera ben precisa per qualcosa di reale, di vivo. Non per
un'argomentazione, ma per una lince, per esempio, o per un merlo, o per una betoniera. Perch non era
vero che la lingua avvolgeva la realt nelle atmosfere che creava, ma il contrario, che la realt nasceva
da esse.
Queste idee per non riuscii mai a formularle dentro di me, non esistevano sotto forma di
pensieri, a malapena sotto forma di intuizioni, piuttosto come una specie di desiderio indefinito. Questo
lato di me stesso lo tenevo nascosto a Yngve, prima di tutto perch a lui non interessava e neppure ci
credeva. Lui studiava scienze della comunicazione ed era pienamente d'accordo con la convinzione di
quella materia che la qualit oggettiva non esisteva, che tutti i giudizi erano relativi e che quello che era
famoso ovviamente era valido quanto quello che non lo era; ma con il tempo questa differenza, e quello
che nascondevo, acquisirono per me ben altri significati, cominciarono a riguardare noi due come
persone, il fatto che la distanza tra me e Yngve in realt era grande e io non volevo che fosse cos, per
niente al mondo, e sistematicamente tagliavo fuori tutto ci che aveva a che fare con questo. Se
soffrivo una sconfitta, se avevo degli insuccessi, se avevo frainteso qualcosa, non esitavo mai a
raccontarglielo, perch tutto quello che poteva sminuirmi ai suoi occhi andava bene, mentre se facevo
qualcosa di significativo, spesso evitavo di dirglielo.
Questa cosa non era forse cos importante in s, ma quando la consapevolezza di questo
cominci a farsi sentire fu peggio, perch allora ci pensavo mentre eravamo insieme, cosicch non mi
comportavo pi in modo naturale e impulsivo, non parlavo pi liberamente, come avevo sempre fatto
con lui, ma cominciai a premeditare, a calcolare, a riflettere. Con Espen accadde lo stesso, solo in senso
contrario: con lui era la vita leggera e di divertimenti che cercavo di nascondere. Al contempo avevo
una fidanzata di cui non ero innamorato, non sul serio, cosa che lei ovviamente non doveva sapere.
Restammo insieme per quattro anni. E dunque eccomi qui, a recitare delle parti, qua mi fingevo in un
modo, l in un altro. Come se non fosse abbastanza, lavoravo anche in un'istituzione per persone con
problemi psichici e non mi accontentavo di seguire le istruzioni degli altri dipendenti, che erano
infermieri professionisti, ma andavo anche alle loro feste, che avevano luogo in quella parte della citt
che gli studenti evitavano, i pub popolari con pianisti e canzoni in coro, per adattarmi cos alle loro idee
e alle loro abitudini e al loro modo di vedere la vita. Quel poco che avevo di mio lo negavo o lo tenevo
per me. Nel mio modo di essere c'era perci qualcosa di furtivo e sospetto, niente della fermezza e
della purezza di alcuni di coloro che incontravo a quel tempo e che ammiravo. A Yngve ero troppo
vicino per poterlo valutare in quel modo, poich i pensieri, per quanto di buono se ne possa dire, hanno
un punto debole e cio che per funzionare hanno bisogno di un certo distacco. Entro un determinato
limite tutto  lasciato ai sentimenti. Fu per via dei miei sentimenti per lui che cominciai a reprimermi.
Lui non poteva fallire in niente. Mia madre poteva fallire, non mi importava, anche mio padre e i miei
amici e non ultimo io stesso, non me ne fregava assolutamente niente, ma Yngve non poteva fallire,
non poteva passare per stupido, non poteva mostrare debolezze. Ma quando gli succedeva e io
guardavo pieno di vergogna, il problema non era la mia vergogna per lui, ma che lui non la doveva
notare, che non doveva venire a sapere che arrivavo a provare sentimenti simili, e in certe situazioni il
mio sguardo sfuggente, con cui tentavo di nascondere i miei sentimenti invece di esprimerli, doveva
essere evidente, se non addirittura facile da interpretare. Se diceva qualcosa di stupido o di banale,
questo non cambiava certo la mia opinione di lui, non lo valutavo in modo diverso per questo, quindi
quello che nasceva in me era esclusivamente basato sul fatto che lui potesse credere che io mi
vergognassi di lui.
Come quella volta che eravamo al Garage una sera tardi e parlavamo della rivista che da lungo
tempo pensavamo di fondare, d'altronde eravamo circondati da gente che scriveva e faceva foto e tutti
avevamo in comune il fatto che conoscevamo altrettanto bene la squadra del Liverpool nella stagione
1982 come i membri della scuola di Francoforte, le band inglesi, come gli scrittori norvegesi, i film
espressionisti tedeschi, cos come le serie televisive americane e dare vita a una rivista che prendesse
sul serio quella variet di interessi, il calcio, la musica, la letteratura, i film, la filosofia, la fotografia,
l'arte per molto tempo ci era sembrata una buona idea. Quella sera eravamo l con Ingar Myking, che
allora era redattore del giornale studentesco Studvest, e Hans Mjelva, che, oltre a cantare nel nostro
gruppo, era stato il predecessore di Ingar come redattore. Quando Yngve comici a parlare della rivista,
improvvisamente sentii quello che diceva con gli orecchi di Ingar e Hans. Suonava banale e scontato e
io abbassai lo sguardo sul tavolo. Yngve mi lanci pi volte delle occhiate mentre parlava. Avrei
dovuto dire il mio parere e quindi correggerlo? Oppure avrei dovuto infischiarmene, negare me stesso e
sostenere quello che diceva? Cos Ingar e Hans avrebbero pensato che fossi d'accordo con lui. E non
volevo neppure questo. Quindi scelsi una via di mezzo e non dissi niente, nel tentativo di lasciare che il
silenzio confermasse sia le cose dette da Yngve, sia quelle che pensavo fossero le opinioni di Ingar e
Hans.
Spesso ero davvero vigliacco, non volevo appoggiare nessuno e tenevo per me quello che
pensavo, ma quella volta le circostanze erano aggravate, sia perch si trattava di Yngve, che volevo mi
fosse superiore, com'era naturale, sia perch c'era in gioco anche la vanit, cio altre persone, e quindi
non potevo tirarmene fuori.
La maggior parte delle cose che io e Yngve facevamo insieme, le facevamo per sua iniziativa e
la maggior parte delle cose che facevo da solo, come leggere o scrivere, le tenevo per me. Ma ogni
tanto i due mondi si incontravano, era inevitabile dato che pure a Yngve interessava la letteratura,
anche se lui non vi cercava le stesse cose che vi cercavo io. Come quella volta che dovevo intervistare
Kjartan Flgstad per una rivista studentesca e Yngve propose di farlo insieme, cosa a cui risposi s
senza pensarci. Flgstad era lo scrittore preferito di Yngve, con il suo misto di cultura popolare e
intellettualismo, le sue teorie sull'alto e il basso, il suo orientamento a sinistra non dogmatico, ma
indipendente, quasi aristocratico e, non ultimi, i suoi giochi di parole. Yngve stesso era noto per i suoi
giochi di parole e i modi di dire e il suo percorso accademico seguiva l'idea che il valore dell'opera
d'arte nascesse da chi ne fruiva e non esistesse in s, e che l'espressione dell'autentico fosse una
questione di forma tanto quanto quella del non autentico. Per me Flgstad era prima di tutto il grande
scrittore norvegese. L'intervista con lui era stata fisssata dalla piccola rivista studentesca neonorvegese
TAL, per la quale avevo gi intervistato il poeta Olav H. Hauge e la scrittrice Karin Moe. L'intervista a
Hauge la feci insieme a Espen e all'amico di Yngve Asbjrn, che scatt le foto, quindi la presenza di
Yngve sarebbe stata pi che naturale. L'intervista con Hauge era andata bene, a parte un inizio
disastroso, perch non gli avevo detto che eravamo in tre, quindi quando arrivammo con la macchina
nel suo cortile, lui si aspettava solo una persona e all'inizio non voleva nemmeno farci entrare in casa.
Arriva gente, aveva detto dalla soglia e davanti a quel conciso modo di fare da norvegese occidentale di
colpo mi sentii come uno che veniva dalla parte orientale del paese, allegro, superficiale, stupido,
troppo entusiasta, impulsivo, vigoroso. Hauge era un abitatore stabile dell'anima, non si scomponeva
davanti a niente, io ero un turista dell'anima e avevo portato con me i miei conoscenti per osservare il
fenomeno pi da vicino. Questa era la mia sensazione e, a giudicare dal viso severo, quasi ostile, di
Hauge, probabilmente anche la sua. Ma alla fine disse Potete comunque entrare, su e ci guid al
salotto, dove posammo le borse e la custodia della macchina fotografica. Asbjrn tir fuori la macchina
e la sollev contro la luce, Espen e io prendemmo i nostri fogli di appunti, Hauge era seduto su una
panca poggiata al muro e guardava il pavimento. Magari si potrebbe mettere davanti alla finestra,
disse Asbjrn, la luce sembra buona. Cos possiamo fare delle foto. Hauge lo guard con il ciuffo
grigio che gli ricadeva sulla fronte. Qui non farete proprio nessuna foto, disse. No, certo, disse
Asbjrn. Scusi tanto. Si fece un po' da una parte e rimise con discrezione la macchina fotografica nella
custodia. Espen era seduto accanto a me e stava sfogliando i suoi appunti con la penna in mano. Lo
conoscevo e sapevo che non era certo per la necessit di concentrarsi che adesso li rileggeva. Pass
molto tempo senza che nessuno parlasse. Espen mi guard. Guard Hauge. Ho una domanda, disse.
Posso fargliela? Hauge fece s con la testa e si tir indietro il ciuffo con un movimento che era
sorprendentemente leggero e femmineo per la sua mascolina impassibilit e il suo silenzio. Espen
cominci a fare la domanda, leggeva dal blocchetto, era lunga e intricata e conteneva la breve analisi di
una poesia. Quando ebbe finito, Hauge disse, senza sollevare lo sguardo, che lui non parlava delle sue
poesie.
Avevo letto a Espen le mie domande, che andavano tutte a toccare da vicino le poesie di Hauge
e se Hauge non voleva parlare delle sue poesie, allora erano tutte inutilizzabili.
Il silenzio che segu fu lungo. Ora Espen era scuro e chiuso in s come Hauge. Erano poeti,
pensai, sono fatti cos. Davanti alla loro pesante oscurit, io mi sentivo frivolo, come un dilettante
incompetente, superficiale, che guarda il calcio, conosce il nome di qualche filosofo e a cui piace la
musica pop pi semplice. Uno dei testi che avevo composto per il nostro gruppo, che era la cosa pi
vicina alla poesia che avevo scritto, si intitolava Quel tuo dolce ondeggiare. Ma dovevo comunque
andare avanti io, perch era chiaro che Espen non avrebbe detto altro nel corso di quell'intervista e
quindi cominciai con una domanda sulla zona dello Jlster, dove viveva mia madre, perch il pittore
Astrup, a cui Hauge si era interessato, veniva da l e Hauge aveva addirittura scritto una poesia su
questo. C'era una chiara parentela d'elezione tra loro. Ma di questo lui non voleva parlare. Inizi
invece a raccontare di una gita che aveva fatto in quella zona molto tempo prima, negli anni Sessanta a
quanto sembrava, e tutti i nomi che faceva, guardando il pavimento, li nominava dandoli per scontati,
come se tutti li conoscessero. Non li avevamo mai sentiti e la cosa suon se non criptica, comunque
senza un particolare significato a parte quello privato. Feci una domanda sulla traduzione, Asbjrn ne
fece un'altra, e ci fu risposto nello stesso modo, dando tutto per scontato, come se in realt lui fosse l
seduto a parlare tra s. O con il pavimento. Come intervista era una catastrofe. Ma poi, dopo forse
un'ora in questo modo, arriv un'altra macchina nel cortile. Era l'emittente televisiva della NRK dello
Hordaland, volevano che Hauge leggesse delle poesie, iniziarono, ma avevano dimenticato dei cavi e
dovettero andare a prenderli con la macchina e in quel momento Hauge cambi, divenne
improvvisamente gentile con noi, scherzava e sorrideva, eravamo noi contro la NRK, si era rotto il
ghiaccio, perch quando la NRK ebbe finito la registrazione e se ne fu andata lui continu a essere
gentile, era presente in maniera diversa, e aperto. Arriv sua moglie con una torta di mele appena fatta
per noi e, dopo aver mangiato, lui ci fece vedere la casa, ci port nella biblioteca al primo piano, dove
scriveva, vidi che sulla scrivania c'era un quaderno di appunti con Diario scritto sulla copertina e
prese alcuni libri e ne parl, tra questi uno di Julia Kristeva, ricordo, perch pensai: questo sicuramente
non lo hai letto, Hauge d'altronde non era mai andato all'universit, e, se lo hai letto, sicuramente non
lo hai capito e poi, mentre scendevamo le scale, disse qualcosa di insolitamente pregnante e
significativo sulla morte, il tono era rassegnato e laconico, ma non privo di ironia e pensai che quello
dovevo ricordarmelo, che era importante, dovevo ricordarmelo per il resto della vita, ma mentre
eravamo in macchina nel fiordo di Hardanger per ritornare a casa lo avevo gi dimenticato. Camminava
qualche passo dietro di me, Espen e Asbjrn erano gi fuori, era il momento di fare delle foto. Mentre
Hauge stava seduto sulla panchina di pietra con le gambe accavallate e guardava davanti e Asbjrn, ora
accovacciato ora in piedi, faceva degli scatti da diverse angolazioni, io ed Espen fumavamo qualche
metro pi in l. Era una bella giornata d'autunno, fredda e serena; mentre venivamo da Bergen quella
mattina, il vapore che esalava dal ghiaccio si stendeva sul fiordo. Le foglie degli alberi sui fianchi della
montagna erano gialle e rosse, il fiordo l sotto lucido come uno specchio, le cascate bianche e
maestose. Ero contento, l'intervista era terminata ed era andata bene, ma mi sentivo anche angustiato,
in Hauge c'era qualcosa che mi turbava. Qualcosa che non voleva acquietarsi e di cui non capivo
l'origine. Era un uomo anziano e indossava vestiti da uomo anziano, camicia di flanella e pantaloni,
pantofole e cappello, e aveva un'andatura da anziano, tuttavia non c'era niente da anziano in lui, come
per esempio nella nonna o nello zio di mio padre Alf, anzi, quando a un certo punto divenne pi
disponibile e ci voleva mostrare le cose, lo fece in maniera candida, quasi infantile, infinitamente
amichevole, ma anche infinitamente vulnerabile, come pu essere per un ragazzo solo quando qualcuno
mostra tutt'a un tratto interesse per lui, una cosa impensabile per la nonna o per Alf, l'ultima volta che
si erano aperti in quel modo con qualcuno doveva essere stato pi di sessant'anni prima, se mai lo
avevano fatto. Oppure no, quello che fece non fu aprirsi, era piuttosto il suo modo di essere naturale,
che aveva cercato di proteggere con il suo rifiuto di quando eravamo arrivati. Vidi qualcosa che non
avrei voluto vedere, perch chi lo mostrava non sapeva come appariva visto dall'esterno. Aveva pi di
ottant'anni, ma in lui niente era morto o si era irrigidito e vivere cos fa troppo male, pensai. Quindi
questo non fece altro che turbarmi.
Possiamo farne qualcuna anche accanto ai meli? chiese Asbjrn.
Hauge fece cenno di s con la testa, si alz e segu Asbjrn verso gli alberi. Io mi chinai e spensi
la sigaretta per terra, quando mi rialzai cercai un posto dove metterla, non potevo certo buttarla nel suo
cortile, ma non trovai niente di adatto e me la infilai in tasca.
Con le montagne da ogni lato sembrava di essere in un'enorme stanza a volte. Sentivo che
nell'aria c'era ancora una traccia di tepore, come spesso nella Norvegia occidentale in autunno.
Credi che potremmo chiedergli di leggerci delle poesie?  disse Espen.
Se ne hai il coraggio, fallo dissi e vidi che Asbjrn stava sorridendo. Se Hauge era un poeta
per Espen, per Asbjrn era una leggenda e ora sfruttava l'occasione per fotografarlo. Quando ebbero
finito, andammo con loro in salotto per riprendere le nostre cose. Tirai fuori il libro che avevo
comprato in una libreria mentre andavamo da lui, la raccolta completa delle poesie di Hauge, e gli
chiesi se poteva fare una dedica a mia madre.
Come si chiama? chiese.
Sissel dissi.
E poi?
Hatly. Sissel Hatly.
A Sissel Hatly, un saluto da Olav H Hauge, scrisse e me lo restitu.
Grazie dissi.
Mentre uscivamo ci accompagn alla porta. Espen prepar il libro mentre era voltato di spalle e
poi si gir di scatto, con un viso che brillava di timidezza e di speranza.
Potrebbe leggerci una poesia?
D'accordo disse Hauge. Quale vuoi sentire?
Magari quella del gatto? disse Espen. Nel cortile? In fondo mi sembra adatta a questo posto,
ah ah ah.
Allora, vediamo disse Hauge. Eccola qui.
E lesse.
Il gatto
 seduto
nel cortile
quando arrivi.
Parla un po' con il gatto.
 lui il pi attento a quel che succede nella fattoria.
Tutti sorrisero, anche Hauge.
Questa per era una poesia davvero corta disse. Ne volete sentire un'altra?
Volentieri! disse Espen.
Sfogli ancora e poi riprese a leggere.
Tempo del raccolto
Queste miti giornate di sole settembrine.
Tempo del raccolto. Ci sono ancora alture
coperte di mirtilli rossi nel bosco, le nespole maturano
sui muriccioli, le noci si staccano dai rami,
e neri grappoli di more brillano tra gli alberi,
il tordo va in cerca delle ultime bacche di ribes
e la vespa succhia il nettare delle dolci susine.
Stasera metto via la scala a pioli e ripongo
il mastello nella capanna. Sui ghiacciai sottili
si  gi posato un lieve strato di neve fresca.
Dopo essermi coricato, sento il rumore dei pescatori
di sarde,
stanno uscendo in mare. Per tutta la notte so che scivolano
sul fiordo cercando con forti lanterne.
Quando eravamo in cortile a guardare per terra mentre lui leggeva, pensai che quello era un
momento importante, ma neppure quel pensiero riusc a trovare pace, perch il momento descritto dalla
poesia, dall'uomo che l'aveva creata nel posto in cui era stata creata, era tanto pi grande di noi,
apparteneva all'infinito e come potevamo comprenderlo noi, cos giovani e non pi saggi di tre
passerotti? Non potevamo, o io per lo meno mi sentii prendere da una certa inquietudine mentre lui
leggeva. Era quasi impossibile da tollerare. Un senso lo aveva, per lo meno per dare al quotidiano in
cui eravamo intrappolati una specie di forma. Oh, la bellezza, come affrontarla? Come andarle
incontro?
Hauge sollev la mano in segno di saluto mentre andavamo via ed era gi sparito in casa
quando Asbjrn accese il motore e si avvi su verso la strada. Mi sentivo come ci si pu sentire dopo
aver passato una giornata intera sotto il sole in estate, sfinito e pesante, anche se non si  fatto altro che
restare sdraiati su uno scoglio a occhi chiusi. Asbjrn si ferm a un caff per riprendere la sua ragazza,
Kari, che era rimasta l ad aspettare mentre noi intervistavamo Hauge. Dopo qualche minuto di
conversazione su quello che era successo in macchina si fece silenzio, restammo muti a guardare fuori
dal finestrino, le nuvole che si allungavano fuori, i colori che diventavano sempre pi profondi, il vento
che veniva dal fiordo e che scompigliava i capelli delle persone fuori, i lembi svolazzanti dei giornali
davanti alle edicole, i ragazzi sulle biciclette, gli eterni ragazzi di campagna con le biciclette. Cominciai
a trascrivere l'intervista dal nastro non appena arrivai a casa, perch sapevo per esperienza che, con il
passare del tempo, avrei preso le distanze dalle voci e dalle domande e da tutto quello che era successo,
quindi se lo avessi fatto subito, finch ero ancora abbastanza coinvolto, sarei riuscito a superare il
dubbio e la vergogna. Capii subito che il problema era che tutto quello che c'era di buono era successo
lontano dal registratore. La soluzione era scrivere le cose com'erano andate, riprodurre tutto,
l'impressione che avevamo avuto all'inizio, quanto era stato introverso e farfugliante, la copertina, la
torta di mele, la biblioteca. Espen scrisse un'introduzione alla sua opera e qualche piccolo passaggio
analitico qua e l, che era in forte contrasto con le altre cose che erano successe. Dal redattore di TAL,
studente di filosofia, discepolo di Johannesen e sostenitore del neonorvegese, Hans Marius Hansteen,
venimmo a sapere che a Hauge era piaciuta molto; a Georg Johannesen aveva detto che era una delle
migliori interviste che gli erano mai state fatte, sicuramente non era cos, avevamo solo vent'anni e, per
quanto riguardava i giudizi di Hauge e di altri, la cortesia veniva sempre prima della sincerit, ma ci
che gli era piaciuto e che aveva spinto sua moglie a telefonare e a chiedere che le mandassero altre
copie per darle ad amici e conoscenti, era indubbiamente il fatto, ho pensato dopo aver letto i suoi diari,
che l'intervista dava di lui un'immagine che non era solo lusinghiera. Naturalmente lui conosceva bene
il suo lato burbero e di uomo anziano, ma, davanti al rispetto che la gente aveva per lui, questo suo
aspetto spariva sempre, dietro strati di cortesia e di decoro, cosa che a lui, tanto amante della verit,
probabilmente non sempre era piaciuta.
Sei mesi pi tardi fu la volta di Kjartan Flgstad. Aveva letto l'intervista a Hauge, disse quando
gli telefonai, ed era disponibile per un'intervista con TAL. Se fossi stato da solo, avrei letto tutti i suoi
libri spinto da puro e semplice nervosismo, buttato gi in modo chiaro tante domande da coprire una
conversazione di diverse ore e registrato su un nastro ogni parola, perch, anche se le mie domande
fossero state stupide, non lo sarebbero state le sue risposte e se le avessi registrate il tono di lui avrebbe
fatto da filo conduttore per tutta l'intervista, non importa quanto la registrazione fosse stata incompleta.
Ma dato che Yngve sarebbe venuto con me, non ero cos nervoso, mi affidai a lui, non lessi tutti i libri,
buttai gi qualche domanda approssimativa e in quel lavoro presi in considerazione anche il rapporto
tra me e Yngve, non volevo essere considerato un saputello, non volevo che pensasse che credevo di
conoscere quelle cose meglio di lui e quando andammo a Oslo per incontrare Flgstad, era una grigia
giornata di inizio primavera, alla fine di marzo o all'inizio di aprile, davanti a un caff di Bjlsen, ero
preparato peggio di quanto non lo sia mai stato in simili situazioni, sia prima che dopo, e per giunta io e
Yngve avevamo deciso che non avremmo usato il dittafono o il registratore e neppure preso appunti
sull'intervista, l'avrebbe resa rigida e formale, avevamo pensato, volevamo che fosse pi una
conversazione, impressionistica, una cosa che nasceva sul momento. Non potevo vantarmi della mia
memoria, ma Yngve aveva una memoria da elefante e pensammo che, se avessimo scritto subito quello
che era stato detto, avremmo potuto compensarci a vicenda e cos, insieme, coprire tutto il quadro.
Flgstad ci guid cortesemente dentro il caff, un posto buio e da bevitori di birra, ci sedemmo a un
tavolo rotondo, appendemmo le giacche alle spalliere delle sedie, prendemmo i fogli con le domande e,
quando dicemmo che pensavamo di fare l'intervista senza prendere appunti o registrare, Flgstad disse
che avevamo tutto il suo rispetto. Lui stesso una volta era stato intervistato dal giornale svedese Dagens
Nyheter, da un giornalista che non prendeva appunti ed era stato riprodotto in modo impeccabile, cosa
che a lui era sembrata impressionante. Nel corso dell'intervista ero ugualmente concentrato sia su
quello che diceva Yngve che sulle reazioni di Flgstad, sia per quanto riguardava ci che lui
rispondeva, il tono della sua voce e la mimica, che per quanto riguardava il contenuto della
conversazione. Le mie domande erano dirette a quello che succedeva intorno al tavolo, tanto quanto a
quello che succedeva nei libri di Flgstad, nel senso che servivano pi che altro a riempire o a
compensare qualcosa della situazione contingente. Dur un'ora e, dopo avergli dato la mano e averlo
ringraziato per la partecipazione e dopo che lui si fu incamminato su per quello che ritenemmo essere il
quartiere in cui viveva, eravamo contenti e di buon umore, perch era andata bene, no? Avevamo
parlato con Flgstad! Eravamo cos entusiasti che nessuno di noi due aveva voglia di sedersi e scrivere
un resoconto di quello che era stato detto, potevamo farlo il giorno dopo, ora era sabato, presto sarebbe
cominciata in tv la partita del campionato di serie A, potevamo guardarla in un pub e poi ripartire, non
eravamo spesso a Oslo... Il giorno dopo dovevamo prendere il treno e neppure allora era il momento
per scrivere e arrivati a casa andammo ognuno per conto proprio. E dato che ormai avevamo aspettato
tre giorni, non potevamo aspettarne altri tre? E poi altri tre e ancora altri tre? Quando alla fine ci
sedemmo a un tavolo, non ci ricordavamo quasi niente. Naturalmente avevamo le domande, erano un
grosso aiuto e poi avevamo un'idea di quello che aveva detto, basata in parte su quello che in effetti
ricordavamo, in parte su quello che credevamo potesse pensare. Scriverla era mia responsabilit, ero io
che avevo ricevuto l'incarico, dopo aver messo insieme qualche pagina, mi accorsi che non andava, che
era troppo vago e impreciso, quindi proposi a Yngve di telefonare a Flgstad e chiedergli se potevamo
fargli qualche altra domanda per telefono. Ci sedemmo al tavolo della stanza di Yngve
nell'appartamento di Blekebakken e scribacchiammo delle nuove domande. Il cuore mi batteva forte
mentre facevo il numero di Flgstad e non mi sentii meglio quando la sua voce riservata rispose
all'altro capo. Ma gli spiegai perch avevo chiamato e ci dedic una mezz'ora abbondante, anche se
dalla sua voce sentivo che cominciava ad avere qualche sospetto. Mentre facevo le domande e lui
rispondeva, Yngve era nella stanza accanto, come un agente segreto, con l'altra cornetta all'orecchio e
scriveva tutto. E cos l'avevamo. Fra tutte quelle approssimazioni e incertezze, inserii le nuove frasi,
che avevano tutt'altra autorevolezza e che davano un senso di autenticit anche alle frasi vicine. Dopo
che ebbi aggiunto un'introduzione generale sull'opera di Flgstad, insieme a delle parti pi analitiche e
basate sui fatti, non sembrava cos male. In realt sembrava piuttosto buono. Flgstad aveva chiesto di
poter leggere l'intervista prima che fosse data alle stampe, gliela avevo mandata, accompagnata da
qualche parola cordiale. Non sapevo se voleva leggere tutte le interviste prima che venissero pubblicate
o se valeva solo per noi, che eravamo stati cos sciocchi da non prendere appunti, ma, dato che alla fine
ero riuscito a sistemarla, non mi preoccupai. Un vago senso di disagio lo avevo in realt, per le parti
approssimative, ma lo scacciai, per quanto ne sapevo non esisteva nessuna regola che stabiliva che
l'oggetto dell'intervista doveva essere riportato parola per parola. Dunque quando, qualche giorno pi
tardi, la lettera di Flgstad arriv nella mia cassetta della posta, ero tranquillo, non sospettavo nessun
pericolo. Ma i palmi delle mie mani erano comunque sudati e il cuore batteva forte. La primavera era
arrivata, portavo le scarpe da ginnastica, una T-shirt e dei jeans e stavo andando al conservatorio di
musica, dove un compagno di mio cugino Jan Olav, mi avrebbe dato lezioni di batteria. Forse la cosa
migliore sarebbe stata lasciare la lettera chiusa in casa, dato che avevo poco tempo, ma ero troppo
curioso e la aprii mentre mi avviavo lentamente verso l'autobus. Tirai fuori la trascrizione
dell'intervista. Era piena di segni rossi e di commenti in rosso al margine.
Questo io non l'ho mai detto vidi. Inesatto vidi. No, no vidi. ??? vidi. Questo da
dove l'hai preso? vidi. Quasi ogni singola frase era stata segnata in un modo o nell'altro. Rimasi
immobile a guardarla. Mi sembrava di cadere. Precipitavo nell'oscurit. La breve lettera di
accompagnamento che aveva inserito la lessi pi rapidamente che potei, con una velocit febbrile,
come se la vergogna avesse potuto sparire dopo aver letto l'ultima parola. Concludeva con: Credo che
sia meglio che questo non venga pubblicato. Cordiali saluti, Kajrtan Flgstad. Quando ripresi a
camminare, a passi stentati, perch, mentre procedevo, non facevo che riguardare i suoi segni rossi,
avevo l'animo in subbuglio. Rosso di vergogna, sull'orlo delle lacrime, infilai la lettera nella tasca
posteriore dei pantaloni e mi fermai davanti all'autobus, che era arrivato proprio in quel momento, salii
e mi sedetti in fondo accanto al finestrino. La vergogna bruciava dentro di me mentre l'autobus saliva
come una lumaca verso la zona di Haukeland e gli stessi pensieri tormentavano la mia coscienza. Non
ero abbastanza bravo, non ero affatto uno scrittore e mai lo sarei diventato. Quello che ci aveva resi
cos contenti, l'aver parlato con Flstad, adesso era solo ridicolo e doloroso. Quando tornai a casa,
telefonai a Yngve, che, con mio stupore, prese la cosa relativamente alla leggera. Certo, era un peccato,
disse. Sei sicuro di non poterla correggere e mandargli una nuova versione? Quando la disperazione pi
forte si fu calmata, rilessi le note a margine e la lettera e vidi che Flgstad aveva corretto anche i miei
commenti, per esempio l'aggettivo cortazar-iano e questo non poteva farlo, no? Mettere bocca su
quello che pensavo dei suoi libri? Sui miei giudizi? Queste cose le scrissi in una lettera indirizzata a lui,
che l'intervista, come lui sosteneva, aveva certamente qualche imprecisione, ma alcune di quelle cose
le aveva dette davvero, lo sapevo perch avevo preso appunti durante l'intervista telefonica e, inoltre,
che aveva anche fatto delle critiche ai miei commenti, quelli del giornalista, e questo non rientrava tra i
suoi compiti. Se voleva, potevo prendere spunto dalle sue correzioni e annotazioni, magari fare un'altra
intervista per telefono e poi mandargli una nuova versione? Mi arriv qualche giorno pi tardi una sua
lettera, cordiale ma decisa, in cui mi dava ragione sul fatto che alcuni dei suoi commenti erano andati a
toccare le mie interpretazioni personali, ma che questo non cambiava la sostanza, cio che l'intervista
era impubblicabile. Quando riuscii a scuotermi di dosso l'umiliazione, cosa per cui ci vollero circa sei
mesi, periodo in cui non riuscivo a guardare n la faccia di Flgstad, n i suoi libri o i suoi articoli
senza provare una profonda vergogna, trasformai quell'episodio in una storiella divertente. Che ci
succedesse a nostre spese non piacque a Yngve, che non vedeva niente di comico nell'umiliazione, o
meglio, non vedeva in tutto questo niente di umiliante. Le nostre domande erano buone, la
conversazione con Flgstad era stata ricca di significato, era questo quello che lui voleva ricordare.
La mia vita a Bergen rimase pi o meno ferma per quattro anni, non accadde niente, volevo
scrivere, ma non ci riuscivo, pi o meno le cose stavano cos. Yngve racimolava crediti all'universit e
viveva la vita che voleva, o almeno cos sembrava vista da fuori, ma a un certo punto le cose
cominciarono a stagnare, non riusciva a finire la sua tesi, non ci si dedicava molto, forse perch viveva
dei vecchi meriti, forse perch nella sua vita stavano accadendo tante altre cose. Dopo che la tesi, che
parlava del firmamento delle stelle del cinema, fu infine consegnata, rimase per un periodo
disoccupato, mentre io cominciavo a lavorare come obiettore di coscienza per la radio studentesca e
piano piano entravo in un ambiente diverso dal suo e soprattutto conobbi Tonje, con cui quell'inverno
mi misi insieme, follemente innamorato. La mia vita stava prendendo una direzione radicalmente
nuova, senza che neppure io stesso lo capissi (per molti anni rimasi aggrappato all'immagine che mi
ero costruito i primi anni a Bergen), quando Yngve all'improvviso lasci la citt. Aveva trovato un
lavoro di consulente culturale nel comune di Balestrand, non era esattamente quello che cercava, ma
non aveva nessuno al di sopra di lui nell'amministrazione, quindi era in pratica direttore culturale e l si
teneva un jazz festival che organizz lui e dopo un po' anche il suo amico Arvid si trasfer l, anche lui
assunto dal comune. Yngve incontr Kari Anne, che gi aveva conosciuto a Bergen, lei lavorava l
come insegnante, si misero insieme ed ebbero una figlia, Ylva, e un anno dopo si trasferirono a
Stavanger, dove Yngve si era gettato a capofitto in un mestiere per lui sconosciuto, il disegno grafico.
Mi piaceva che facesse quel lavoro, ma ero anche preoccupato: un manifesto per il festival di Hundvg
e i volantini per un evento locale erano sufficienti?
Non ci toccavamo mai, non ci davamo neppure la mano quando ci vedevamo e raramente ci
guardavamo negli occhi.
Tutto questo era dentro di me, mentre eravamo sulla veranda davanti alla casa della nonna in
quella tiepida sera d'estate del 1998, io dando le spalle al giardino, lui su una sedia a sdraio poggiata
alla parete. Dall'espressione del suo viso era impossibile capire se stava pensando a quello che avevo
appena detto, che mi volevo occupare di tutto, anche del giardino, o se per lui era indifferente.
Mi voltai e spensi la sigaretta sul bordo inferiore della nera ringhiera in ferro battuto. Piccoli
granelli di cenere ardente piovvero sull'asfalto.
C' un posacenere qui? chiesi.
Non che io sappia disse. Usa quella bottiglia.
Feci come aveva detto e infilai il mozzicone gi per il collo della bottiglia verde della
Heineken. Proponendo di fare qui il funerale, cosa che quasi sicuramente lui avrebbe ritenuto
impossibile, la differenza tra noi, che non volevo fosse visibile, sarebbe diventata palese. Lui sarebbe
stato quello pratico e realista, io l'idealista sentimentale. Pap era il padre di entrambi, ma non nello
stesso modo, e il fatto che io volessi fare del funerale un atto riparatore, insieme al fatto che piangevo
in continuazione, mentre Yngve non aveva ancora versato una lacrima, poteva far sembrare che il mio
rapporto con lui fosse pi intimo e mi immaginavo che potesse essere interpretato come una critica
implicita al comportamento di Yngve. Io non la vedevo cos, quello di cui avevo paura era la possibilit
che venisse vista cos. Inoltre quella proposta avrebbe portato le nostre volont a scontrarsi. Su una
schiocchezza, certo, ma in quella situazione non volevo che qualcosa si mettesse tra noi.
Una sottile striscia di fumo sal ondeggiando dalla bottiglia accanto al muro. Dunque la
sigaretta non si era spenta del tutto. Cercai qualcosa da mettere sopra l'apertura della bottiglia. Forse il
piattino che la nonna aveva usato per dare da mangiare al gabbiano? C'erano ancora due pezzi di
hamburger e un po' di salsa, ma poveva andare, pensai, e con cautela lo misi in equilibrio sul collo
della bottiglia.
Cos' che hai in mente in realt? chiese Yngve, guardandomi.
Faccio una piccola scultura risposi. Si chiama hamburger e birra in giardino. O hamburger
and beer in the garden .
Mi alzai e feci un passo indietro.
Il particolare raffinato  il fumo che sale dissi. La rende interattiva con il mondo, in un certo
senso. Non una semplice scultura. E gli avanzi di cibo esprimono il decadimento. Anch'essa
un'interazione, un processo, qualcosa che  in movimento. Forse il movimento stesso. In opposizione
alla staticit. E la bottiglia di birra  vuota, non ha pi alcuna funzione, perch cos' un contenitore che
non contiene nulla? Non  niente. Ma niente ha una forma, capisci? Questa forma  quello che qui ho
cercato di mostrare.
Mmm fece.
Presi un'altra sigaretta dal pacchetto che era rimasto sulla ringhiera, anche se non ne avevo pi
voglia, e la accesi.
Senti dissi.
S?
Ho pensato a una cosa. A molte cose, in effetti. Se non  il caso di fare qui il funerale. In casa.
Possiamo riuscire tranquillamente a rimetterla in ordine in una settimana, se ci impegnamo. Detesto il
fatto che lui abbia distrutto tutto. E che noi non riusciamo pi a ritrovarci qui. Capisci cosa voglio
dire?
Certamente disse Yngve. Ma pensi che ce la faremo? Luned sera io devo rientrare a
Stavanger. E poi non posso tornare prima di gioved. Forse mercoled, ma con ogni probabilit
gioved.
Si pu fare dissi. Sei d'accordo?
S. C' da vedere se l'idea piacer a Gunnar.
Non sono fatti suoi.  nostro padre.
Finimmo di fumare senza dire altro. Pi in basso la sera aveva cominciato a addolcire il
paesaggio; i suoi spigoli taglienti, che includevano anche le attivit umane, vennero gradualmente
smorzati. Qualche piccola imbarcazione stava entrando nell'insenatura e pensai all'odore a bordo -
plastica, sale, benzina - che costituiva una parte cos importante della mia infanzia. Un aereo di linea
che veniva da ovest scivol sopra la citt, cos basso che potei vedere il logo SAFE della Braathens.
Spar dalla vista con un rombo sordo. In giardino, alcuni uccelli becchettavano nascosti tra le chiome
dei meli.
Yngve svuot il bicchiere e si alz.
Un'altra ora di lavoro disse. Poi basta per stasera.
Mi guard.
Hai fatto parecchio di sotto?
Ho pulito tutta la lavanderia e le pareti del bagno.
Bene disse.
Lo seguii in casa. Quando sentii il suono alto ma soffocato della televisione, mi ricordai che la
nonna era l. Non potevo fare niente per lei, nessuno poteva fare niente, ma pensai che forse si sarebbe
sentita un po' sollevata se ci avesse visti e si fosse ricordata che eravamo l, quindi andai da lei e mi
misi accanto alla sua sedia.
Hai bisogno di qualcosa? le chiesi.
Si volt di scatto a guardarmi.
Sei tu? Dov' Yngve?
 in cucina.
Ah fece e rivolse lo sguardo alla televisione. La sua velocit non era scomparsa, ma con la
magrezza era cambiata, o si percepiva in modo diverso, legata solo ai suoi movimenti, non al suo
carattere, come prima. Prima era veloce, allegra, socievole, di risposta pronta, spesso chiudeva un
occhio per farci l'occhiolino. Ora in lei c'era il buio. Lo vedevo, era una cosa che colpiva. Ma forse
c'era sempre stato? Era sempre stato dentro di lei?
Le sue braccia erano poggiate sui braccioli e le mani ne afferravano i bordi, come se stesse
viaggiando a gran velocit.
Vado gi a pulire un po' il bagno dissi.
Si volt verso di me.
Sei tu? chiese.
S dissi. Vado gi a pulire un po'. Hai bisogno di qualcosa?
No, grazie.
Okay dissi e mi voltai per andarmene.
Non avete l'abitudine di farvi un goccetto la sera, vero?  disse. Tu e Yngve?
Si era messa in testa che anche noi bevevamo? Che non era solo pap a distruggere la sua vita,
ma anche i suoi figli?
No dissi. Assolutamente no.
Non sembrava che la nonna volesse dire altro e scesi le scale fino al seminterrato, che puzzava
ancora parecchio, anche se la fonte dell'odore era stata rimossa, sciacquai il secchio rosso, lo riempii
con acqua bollente pulita e continuai a lustrare il bagno. Prima lo specchio, dove la patina bruno-
giallastra sembrava quasi impossibile da rimuovere e se ne and solo quando usai un coltello, che corsi
a prendere in cucina, e una spugna abrasiva, poi il lavandino, poi la vasca, poi la soglia della finestra,
poi il vetro smerigliato lungo e stretto, poi il vaso, poi la porta, la soglia, lo stipite, per poi infine lavare
il pavimento, rovesciare l'acqua grigio-scura nel water e portare il sacco della spazzatura fuori sulle
scale, dove rimasi per qualche minuto a guardare il debole buio dell'estate, che non era buio, ma
sembrava pi un difetto della luce.
Le forti voci che si sollevano e si affievolivano sulla strada principale, probabilmente mentre un
gruppo stava andando in centro, mi ricordarono che era sabato sera.
Perch aveva chiesto se bevevamo? Era solo per via del destino di pap, o per qualche altro
motivo?
Ripensai a quando avevo dato l'esame di maturit qui in citt, dieci anni prima, quanto ero
ubriaco alla sfilata, la nonna e il nonno che erano tra la folla lungo la strada e mi avevano chiamato a
gran voce, l'espressione tesa dei loro visi quando avevano capito in che condizioni ero. Avevo
cominciato a bere pesantemente quella Pasqua, mentre ero in ritiro in Svizzera con la squadra di calcio
e poi avevo continuato per tutta la primavera, c'era sempre un'occasione, sempre un ritrovo, sempre
altri che si volevano aggregare e con indosso l'uniforme da maturando tutto era lecito, tutto era
permesso. Per me era il paradiso, ma per la mamma, con cui vivevo, era diverso, alla fine mi butt
fuori, cosa di cui non mi preoccupai: non c'era niente di pi semplice che trovare un posto dove
dormire, sia che fosse su un divano nella taverna di un compagno di classe o nel pullman di noi studenti
dell'ultimo anno o dietro un cespuglio da qualche parte nel parco. Per la nonna e per il nonno il periodo
del diploma era il passaggio alla vita universitaria, cos era stato per il nonno e cos era stato per i suoi
figli, era un'occasione solenne, che io disonoravo ubriacandomi, fumando roba fino a perdere ogni
cognizione e lavorando come redattore del giornale degli studenti dell'ultimo anno, che, nell'affrontare
il tema della deportazione da Flekkerya, aveva pubblicato in prima pagina una foto degli ebrei che
venivano trasferiti dal ghetto ai campi di concentramento. Anche quella era una questione di tradizione:
mio padre era a sua volta stato redattore di quel giornale quando era all'ultimo anno del liceo. E io
mandai tutto in malora.
Ma a questo non dedicavo neppure un pensiero a quei tempi, cosa che il diario che tenevo in
quei giorni esprimeva chiaramente: l'unica cosa a cui davo importanza era la sensazione di felicit.
Ormai avevo bruciato tutti i diari e gli appunti che avevo scritto, quasi non c'era pi traccia di
quello che ero prima di compiere venticinque anni, e a ragione: da quel periodo non veniva niente di
buono.
L'aria era diventata leggermente pi fresca e dato che la mia pelle era cos calda dopo il lavoro,
me ne accorsi subito, sentii come mi circondava, premeva sulla pelle e penetrava nella bocca quando la
aprivo. Circondava gli alberi davanti a me, le case, le macchine, i pendii delle montagne. L'aria che si
sposta da un posto a un altro quando la temperatura scende, queste continue cascate nel cielo che noi
non riusciamo a vedere, che ci arrivano addosso come enormi ondate, sempre in movimento, in lenta
caduta, con veloci turbinii, dentro e fuori da tutti questi polmoni, l'aria che sbatte contro tutti questi
muri e tutti questi angoli, sempre invisibile, sempre presente.
Ma pap non respirava pi. Questo era quello che gli era successo, il collegamento con l'aria si
era interrotto, ora l'aria lo circondava come se lui fosse un oggetto qualsiasi, un tronco d'albero, una
tanica di benzina, un divano. Non inalava pi l'aria dentro di s, perch  questo che facciamo quando
respiriamo, inaliamo, entriamo sempre pi a far parte del mondo.
Ora si trovava da qualche parte qui in citt.
Mi voltai e rientrai, mentre qualcuno dall'altro lato della strada apriva una finestra da cui
uscirono musica e voci alte.
Anche se l'altro bagno era pi piccolo, e non altrettanto sporco, ci misi lo stesso tempo per pulirlo.
Quando ebbi finito presi i detersivi, i panni, i guanti e il secchio e andai su al primo piano. Yngve e la
nonna erano seduti al tavolo di cucina. L'orologio sul muro alle loro spalle segnava le nove e mezzo.
Ora dovresti aver finito di pulire! disse la nonna.
S, s dissi. Per stasera ho finito.
Guardai Yngve.
Hai parlato con la mamma oggi?
Scosse il capo.
Ci ho parlato ieri.
Le avevo promesso di chiamarla oggi. Ma non credo di farcela. E poi forse  un po' troppo
tardi.
Chiamala domani disse Yngve.
Ma con Tonje devo parlare. La chiamo adesso.
Andai in sala da pranzo e chiusi la porta della cucina. Mi sedetti su una sedia per raccogliermi
un attimo. Poi feci il numero di casa. Lei rispose subito, come se fosse rimasta ad aspettare accanto al
telefono. Riconobbi tutte le sfumature della sua voce, sentivo questo, non quello che diceva. Prima il
calore e il tentativo di stabilire un contatto e la nostalgia, poi si rannicchi in s stessa e divenne
piccola, come se volesse arrivare fin dentro di me. La mia voce era distaccata. Lei si avvicinava a me e
io ne avevo bisogno, ma io non mi avvicinavo a lei, non ci riuscivo. Le descrissi brevemente quello che
era successo, non nei dettagli, dissi solo che era terribile e che piangevo in continuazione. Poi
parlammo un po' di quello che aveva fatto lei, anche se all'inizio non voleva e poi parlammo un po' di
quando sarebbe venuta. Quando riattaccammo andai in cucina, che era vuota, e bevvi un bicchiere
d'acqua. La nonna era di nuovo seduta sulla sedia davanti al televisore. Andai da lei.
Sai dov' Yngve?
No disse lei. Perch, non  in cucina?
No dissi.
L'odore di pip penetrava le narici.
Rimasi in piedi senza sapere cosa fare. Queste perdite erano semplici da spiegare. Era cos
ubriaco da non riuscire a mantenere il controllo delle sue funzioni corporee.
Ma lei dov'era in quei momenti? Cosa faceva?
Mi venne voglia di spaccare lo schermo del televisore.
Tu e Yngve non bevete mica? disse tutto a un tratto, ma senza guardarmi.
Scossi la testa.
No. O meglio, qualche rara volta succede. Ma solo un pochino. Mai molto.
Ma non stasera, vero?
No, ma sei matta! dissi. No, non mi verrebbe mai in mente. E neppure a Yngve.
Cos' che non mi verrebbe mai in mente? chiese Yngve alle mie spalle. Mi voltai. Sal i due
scalini che separavano la parte bassa dalla parte alta del salotto.
La nonna ha chiesto se abbiamo l'abitudine di bere.
Una volta ogni tanto capita, s disse Yngve. Ma non spesso. Io adesso ho due bambini
piccoli, sai.
Ne hai due? chiese la nonna.
Yngve sorrise. Sorrisi anch'io.
S disse. Ylva e Torje. Ylva l'hai vista. Torje lo vedrai al funerale.
La poca vitalit che era comparsa sul viso della nonna svan. Guardai Yngve negli occhi.
 stata una lunga giornata dissi. Forse  arrivata l'ora di andare a letto?
Io vado un po' in veranda prima disse Yngve. Vieni con me?
Annuii. Lui and in cucina.
Di solito stai alzata fino a tardi la sera? chiesi alla nonna.
Cosa? disse lei.
Pensavamo di andare a letto presto. Tu resti alzata?
No. Oh, no. Vado a letto anch'io.
Sollev lo sguardo verso di me.
State di sotto, nella nostra vecchia camera da letto, allora? D'altro canto  vuota.
Scossi la testa e sollevai le sopracciglia in segno di scusa.
Abbiamo pensato di stare di sopra dissi. In soffitta. Abbiamo gi disfatto le valigie e
sistemato tutte le nostre cose su.
S, anche l va bene disse lei.
Vieni? chiese Yngve, era nella parte inferiore del salotto con un bicchiere di birra in mano.
Quando arrivai fuori sulla veranda, era seduto su una sedia da giardino di legno davanti a un
tavolo coordinato.
Dove lo hai trovato? chiesi.
Nascosto l sotto disse. Mi sembrava di ricordare di averlo visto una volta.
Mi appoggiai alla ringhiera. Laggi in fondo scintillava il traghetto per la Danimarca. Stava
uscendo dal porto. Le poche barche che riuscivo a vedere avevano tutte le luci accese.
Dobbiamo procurarci una di quelle falciatrici elettriche  dissi. O come si chiamano. Qui non
possiamo farcela con un normale tagliaerba.
Possiamo cercare una ditta che le affitta sulle pagine gialle luned disse.
Mi guard.
Hai parlato con Tonje?
Annuii.
S, non saremo tanti disse Yngve. Noi, Gunnar, Erling, Alf e la nonna. Sedici, contando
anche i bambini.
No, non sar sicuramente un funerale in grande.
Yngve pos il bicchiere e si appoggi alla sedia. In alto sopra gli alberi, nel cielo velato di
grigio, svolazzava un pipistrello.
Hai pensato meglio a come organizzarlo? mi chiese.
Il funerale?
S.
No, non proprio. Ma in ogni caso non voglio un funerale etico-umanista. Questo  sicuro.
Sono d'accordo. In chiesa, allora.
S, non ci sono certo alternative. Lui per non faceva mica parte della chiesa di stato, vero?
Ah no? disse Yngve. Sapevo che non era cristiano, ma non che si era fatto scomunicare
dalla chiesa.
S. Lo aveva detto una volta. Io mi feci scomunicare quando compii sedici anni e poi un
pomeriggio in Elvegaten glielo dissi. Si arrabbi. E dopo Unni mi disse che anche lui si era fatto
scomunicare e non poteva arrabbiarsi se io avevo fatto lo stesso.
Non gli piacerebbe disse Yngve. Non voleva aver niente a che fare con la chiesa.
Ma  morto dissi. E, per lo meno io, voglio che sia cos. Non voglio una specie di rituale
finto dove leggere una stupida poesia. Voglio che sia una cosa fatta come si deve. Dignitosa.
Sono completamente d'accordo disse Yngve.
Mi voltai di nuovo e guardai verso la citt, da cui saliva un rumore di sottofondo uniforme, ogni
tanto spinto in secondo piano dal rombo di un motore, spesso proveniente dal ponte, che i giovani in
quel periodo si divertivano ad attraversare a gran velocit, ma anche dalla lunga e dritta Dronningens
gate.
Vado a dormire disse Yngve. Entr in salotto senza richiudere la porta. Spensi la sigaretta per
terra e lo seguii. Quando la nonna cap che stavamo andando a letto, si alz in piedi per andare a
cercare delle lenzuola.
Ci pensiamo noi disse Yngve. Non ci sono problemi. Tu vai pure a dormire!
Sei sicuro? chiese guardandolo, piccola e curva, dalla porta delle scale.
Ma s disse Yngve. Ce la facciamo da soli.
S, s disse la nonna. Buonanotte allora.
E poi scese lentamente le scale senza voltarsi.
Mi sentii cogliere da un forte disagio.
Non c'era acqua all'ultimo piano, dunque salimmo a prendere gli spazzolini e ci lavammo i
denti davanti al lavello della cucina, ci chinavamo sul rubinetto per sciacquarci la bocca, come se
fossimo di nuovo bambini. In vacanza.
Mi asciugai con la mano la schiuma del dentifricio dalle labbra e poi la fregai sui pantaloni.
Erano le dieci e quaranta. Erano parecchi anni che non andavo a letto cos presto. Ma era stata una
lunga giornata. Avevo il corpo intorpidito per la stanchezza e la testa dolorante per tutto quel piangere.
Adesso ormai era passato. Ero diventato immune. Ci avevo fatto l'abitudine.
Quando arrivammo di sopra, Yngve apr la finestra e la blocc, accese l'abat-jour sopra la
testiera del letto. Feci lo stesso dalla mia parte e spensi il lampadario. C'era odore di chiuso e non
veniva dall'aria, ma dai mobili e dai tappeti che erano rimasti inutilizzati e coperti dalla polvere per un
paio d'anni, forse di pi.
Yngve si sedette dal suo lato del letto matrimoniale e si spogli. C'era qualcosa di intimo nel
dormire nello stesso letto, non lo facevamo da quando eravamo piccoli e vicini l'uno all'altro in modo
del tutto diverso. Ma per lo meno avevamo ognuno il suo piumone.
Hai mai pensato che pap non ha avuto modo di leggere il tuo romanzo? chiese Yngve,
voltandosi verso di me.
No dissi. Non ci avevo proprio pensato.
Yngve ricevette il manoscritto non appena fu terminato, a giugno. La prima cosa che disse dopo
averlo letto fu che pap mi avrebbe fatto causa. Si era espresso esattamente cos. Ero a un telefono
pubblico in aeroporto, stavo partendo per andare in vacanza in Turchia con Tonje, non sapevo se
sarebbe stato furioso o se mi avrebbe sostenuto, non avevo idea di come avrebbero reagito a quello che
avevo scritto coloro che mi erano vicini. Non ho idea se sia buono o no aveva detto. Ma pap ti far
causa. Di questo sono sicuro.
Ma c' una frase che viene ripetuta pi volte dissi adesso. Mio padre  morto'. Te la
ricordi?
Yngve spost il piumone, infil le gambe nel letto e si sdrai. Si tir su a met per rimettere un
po' a posto il cuscino.
Vagamente disse e si rimise gi.
 quando Henrik se ne va dal villaggio. Ha bisogno di una scusa e questa  l'unica che gli
viene in mente. Mio padre  morto'.
 vero disse Yngve.
Mi tolsi i pantaloni e i calzini e mi sdraiai sul letto. Prima supino, con le mani incrociate
sull'addome, finch non mi accorsi che sembravo un morto e mi voltai spaventato su un lato, da dove
potevo vedere i miei vestiti, gettati per terra in un mucchio. Non potevano certo restare cos, pensai, e
mi rialzai, piegai i pantaloni e la T-shirt e li misi sulla sedia l accanto, con sopra i calzini.
Yngve spense la luce dalla sua parte.
Vuoi leggere? chiese.
No, no davvero dissi e con la mano cercai a tastoni l'interruttore sul filo. Per quanto riuscivo
a sentire, non c'era. Era sulla lampada, allora? S, era l.
Lo premetti, forte, perch il vecchio meccanismo faceva resistenza. Quelle lampade dovevano
essere degli anni Cinquanta o gi di l. Di quando erano venuti ad abitare qui.
Buonanotte, allora disse Yngve.
Buonanotte.
Oh, ero contento che fosse qui. Se fossi stato da solo, la mia testa si sarebbe riempita delle
immagini di pap come cadavere, l'unica cosa a cui avrei pensato sarebbe stato l'aspetto fisico della
morte, il suo corpo, le dita e le gambe, gli occhi ciechi, i capelli e le unghie che continuavano a
crescere. La stanza in cui si trovava, magari su una di quelle cose che si aprono come cassetti che si
vedono sempre negli obitori nei film americani. Ma ora il suono del respiro di Yngve e tutti i suoi
piccoli movimenti mi infondevano tranquillit. Dovevo solo chiudere gli occhi e aspettare che il sonno
arrivasse.
Mi svegliai un paio di ore pi tardi, quando sentii Yngve in piedi. Prima si guard intorno un
po' incerto, poi afferr il piumone, lo arrotol e lo port in braccio fuori dalla porta, si volt e torn
indietro. Quando stava per rifarlo, gli dissi: Stai camminando nel sonno, Yngve? Torna a letto a
dormire.
Mi guard.
Non cammino nel sonno disse. Il piumone deve passare dalla porta per tre volte.
Okay dissi. Se lo dici tu.
And avanti e indietro altre due volte. Poi si sdrai nel letto e si rimise il piumone addosso.
Gir la testa qua e l qualche volta, borbott qualcosa.
Non era la prima volta che camminava nel sonno. Quando eravamo piccoli Yngve era famoso
come sonnambulo. Una volta la mamma lo aveva trovato nella vasca da bagno, seduto nudo ad aprire il
rubinetto, un'altra volta era riuscita a malapena a riacciuffarlo per un pelo, mentre stava uscendo di
casa per andare da Rolf a chiedergli se voleva giocare a calcio. Aveva gettato il piumone dalla finestra
ed era morto dal freddo per il resto della notte. Anche pap camminava nel sonno. Era capitato che
fosse entrato nella mia stanza di notte e fosse rimasto l in mutande, magari apriva l'armadio e
guardava dentro, magari guardava verso di me, senza dare segno di riconoscermi. A volte lo sentivo
armeggiare gi in salotto, allora voleva dire che stava spostando i mobili. Una volta si era sdraiato sotto
il tavolo del salotto e quando si era rialzato aveva battuto la testa tanto forte da farla sanguinare.
Quando non camminava nel sonno, parlava o gridava nel sonno e, quando non lo faceva, digrignava i
denti. La mamma diceva sempre che era come essere sposata con uno che stava per partire per la
guerra. Per quanto riguarda me, avevo fatto pip nell'armadio una volta, ma per il resto nel sonno
parlavo e basta, fino a quando arrivai ai dieci anni, e allora questa attivit in certi periodi si fece
davvero intensa.
L'estate in cui avevo venduto cassette per strada ad Arendal e avevo vissuto in casa di Yngve,
avevo preso con me il suo astuccio ed ero uscito nudo sul prato, mi ero messo davanti a ogni finestra a
guardare dentro, finch Yngve non era riuscito a farmi tornare in me. Negai di aver camminato nel
sonno, la prova era l'astuccio: Guarda, avevo detto, ecco qui il mio portafogli, stavo andando a
comprare qualcosa. Innumerevoli erano le volte in cui ero rimasto davanti alla finestra a vedere il
terreno che spariva o si alzava, le pareti che cadevano e l'acqua che saliva. Una volta mi ero messo a
reggere la parete gridando a Tonje che doveva sbrigarsi a uscire prima che la casa crollasse. Un'altra
ero convinto che lei fosse nell'armadio e avevo gettato fuori tutti i vestiti per trovarla. Quando dovevo
dormire con altre persone che non fossero lei, di solito li avvertivo prima, nel caso dovesse succedere
qualcosa. Durante una gita con un amico, Tore, due anni prima - avevamo affittato un cos detto
appartamento per scrittori in una grossa tenuta appena fuori da Kristiansand per scrivere la
sceneggiatura di un film - questa accortezza aveva salvato la situazione, perch dormivamo nella stessa
stanza e nel mezzo della notte mi ero alzato ed ero andato da lui, gli avevo strappato di dosso la coperta
e lo avevo afferrato per le caviglie e gli avevo detto, mentre mi guardava atterrito: Tu sei solo una
bambola. Ma l'illusione che ricorreva pi spesso era che una lontra o una volpe fossero entrate sotto il
piumone, che allora gettavo a terra per calpestarlo, finch non ero sicuro che fossero morte. Poteva
passare un anno senza che niente succedesse e poi improvvisamente cominciavano periodi in cui non
passava neppure una notte senza che mi alzassi e andassi in giro. Mi svegliavo in soffitta, nell'ingresso,
sul prato, sempre sul punto di fare qualcosa che in quel momento sembrava totalmente sensato, ma che
dopo il risveglio si rivelava sempre totalmente insensato.
La cosa pi strana della vita nottambula di Yngve era che lui ogni tanto nel sonno parlava il
dialetto della Norvegia orientale. Se ne era andato da Oslo quando aveva quattro anni e non aveva
parlato quel dialetto per quasi trent'anni. Tuttavia poteva venirgli alle labbra quando dormiva. C'era
qualcosa di inquietante in questo.
Lo guardai. Era sdraiato sulla schiena, con una gamba fuori dal piumione. Dicevano sempre che
eravamo uguali, ma secondo noi era un'impressione generica, ci che suggerivamo, perch prendendo
ogni singolo tratto, non c'era molto di simile. L'unica cosa erano forse gli occhi, che avevamo preso
entrambi dalla mamma. Ma quando andai a vivere a Bergen e incontravo i conoscenti pi lontani di
Yngve, capitava che chiedessero Sei Yngve?. Che io non fossi Yngve era sottinteso nella domanda,
perch se lo avessero pensato non lo avrebbero chiesto. Lo chiedevano perch trovavano la somiglianza
impressionante.
Gir la testa di lato sul cuscino, come se sentisse di essere osservato e si volesse opporre. Chiusi
gli occhi. Aveva detto spesso che pap aveva distrutto completamente il suo amor proprio in alcune
occasioni, lo aveva umiliato come solo pap sapeva fare e questo aveva influenzato quei periodi della
sua vita in cui pensava di non essere capace di far niente, di non valere niente. E poi gli altri periodi in
cui tutto andava bene, tutto scorreva, non aveva dubbi. Da fuori si vedevano solo quest'ultimi.
Pap aveva influenzato anche l'immagine che io avevo di me stesso ovviamente, ma forse in
modo diverso, o comunque io non passavo mai periodi di dubbio seguiti da periodi di fiducia, tutto era
sempre mescolato per me e il dubbio, che caratterizzava una parte cos ampia del mondo dei miei
pensieri, non era mai rivolto a cose grandi, ma sempre a cose piccole, quello che riguardava l'ambiente
intorno a me, gli amici, i conoscenti, le ragazze, che ero sempre sicuro avessero un'opinione mediocre
di me, mi reputassero idiota, cosa che dentro di me bruciava, ogni giorno bruciava dentro di me, ma
quando si trattava di cose grandi non mettevo mai in dubbio di poter arrivare lontano quanto volevo,
sapevo di avere qualcosa dentro di me, perch le mie aspirazioni erano cos grandi e non trovavano mai
soddisfazione. Come avrebbero potuto? Come avrei fatto altrimenti a schiacciare tutti?
Quando mi svegliai di nuovo, Yngve era davanti alla finestra e si abbottonava la camicia.
Che ore sono? chiesi.
Si volt.
Le sei e mezzo.  presto per te?
S, decisamente.
Si era messo un paio di pantaloni leggeri color cachi, di quelli che arrivano fin sotto alle
ginocchia e una camicia a righe grigie con le falde che restavano fuori.
Scendo disse. Poi vieni anche tu?
S, s.
Non ti riaddormenterai mica, vero?
No.
Quando non sentii pi il suono dei suoi passi sulle scale, poggiai i piedi per terra e presi i vestiti
dalla sedia. Diedi un'occhiata insoddisfatta alla pancia, dove due rotoli arrivavano fino ai fianchi. Mi
tastai la schiena con la mano, l fortunatamente non c'era ancora niente da afferrare. Ma avrei
comunque dovuto cominciare ad andare a correre una volta tornato a Bergen, questo era poco ma
sicuro. E fare gli addominali tutte le mattine.
Presi la T-shirt e la annusai.
No, non andava proprio.
Aprii la valigia e presi una T-shirt bianca dei Boo Radley che avevo comprato quando avevano
giocato a Bergen un paio di anni prima e un paio di pantaloni blu scuro con le gambe tagliate. Anche se
fuori non c'era il sole, l'aria era calda e afosa.
Di sotto Yngve aveva messo su il caff e tirato fuori pane, affettati e marmellate dal frigorifero.
La nonna era seduta alla tavola con lo stesso vestito del giorno prima e stava fumando. Non avevo fame
e mi accontentai di una tazza di caff e di una sigaretta sulla veranda prima di portare con me il
secchio, gli stracci e i detersivi gi al piano terra per cominciare il lavoro. Prima di tutto andai nel
bagno per vedere quello che avevo fatto il giorno prima. A parte la tendina della doccia macchiata e
appiccicosa, che chiss perch avevo lasciato l appesa, non sembrava male. Vecchio, ovviamente, ma
pulito.
Tirai gi l'asta che era appesa tra le pareti sopra la vasca, tolsi la tendina e la gettai nel sacco
della spazzatura, poi lavai l'asta e i due ganci e la rimisi a posto. La domanda era cosa fare adesso. La
lavanderia e i due bagni erano fatti. Gi restavano la stanza della nonna, l'ingresso, la stanza di pap e
la camera grande. La camera della nonna non volevo pulirla adesso, sembrava quasi una violenza, sia
perch in questo modo per lei sarebbe stato chiaro che ci eravamo accorti di come viveva, sia perch
c'era qualcosa di protettivo in quella situazione, il nipote che pulisce la stanza da letto della nonna. Non
osavo cominciare neppure dalla stanza di pap, anche perch c'erano documenti e altre cose che prima
dovevamo vagliare. L'ingresso, con il tappeto che andava da una parete all'altra, doveva aspettare
finch non riuscivamo a trovare una macchina per pulire i tappeti. Quindi dovevo cominciare dalle
scale.
Riempii il secchio, presi un flacone di ammoniaca, uno di detersivo per pavimenti e uno di
crema abrasiva Jif e cominciai, prima dalla ringhiera, che come minimo non veniva pulita da cinque
anni. Tra le stecche si annidava ogni genere di schifezza, foglie sbriciolate, sassolini, insetti essiccati,
vecchie ragnatele. La ringhiera stessa era scura, in alcuni punti quasi completamente nera, qua e l
appiccicosa. Ci spruzzai il Jif, ripiegai lo straccio e strofinai a fondo ogni singolo centimetro. Quando
in quel modo un pezzo fu pulito ed ebbe ritrovato qualcosa che somigliava al suo vecchio colore dorato
scuro, immersi un altro straccio nell'ammoniaca e continuai a strofinare con quello. Sia l'odore di
ammoniaca che l'aspetto del flacone blu riportarono i miei pensieri indietro, agli anni Settanta, pi
precisamente al mobile sotto il lavello della cucina, dove si trovavano i detersivi. Il Jif allora non
esisteva. Ma il detersivo in polvere Ajax s, in un cartone rosso, bianco e blu. C'era il detersivo verde
per pavimenti. C'era l'ammoniaca Klorin; il disegno sul flacone di plastica blu con il tappo incavato
con la chiusura di sicurezza per bambini era rimasto immutato da allora. C'era una marca che si
chiamava OMO. E poi c'era un fustino di detersivo in polvere con l'immagine di un bambino che
teneva in mano lo stesso fustino, sul quale c'era naturalmente l'immagine dello stesso bambino con in
mano lo stesso fustino, e cos via. Forse era il Blenda? Comunque sia, concentravo spesso i miei
pensieri su quel gioco di immagini, che in teoria era infinito e che si trovava anche in altri posti, per
esempio nello specchio del bagno, dove si poteva mettere uno specchio dietro la testa di modo che le
immagini degli specchi fossero moltiplicate e andassero sempre pi in profondit, diventando sempre
pi piccole, fino a dove l'occhio poteva vedere. Ma cosa succedeva oltre quello che l'occhio riusciva a
vedere? Il rimpicciolimento continuava?
C'era un mondo intero tra quei marchi di allora e di adesso e, quando ci pensavo, questo mondo
riemergeva con i suoi suoni e sapori e odori, totalmente irresistibile, com' sempre tutto quello che 
andato perduto, tutto quello che  scomparso. L'odore dell'erba tagliata e appena innaffiata quando sei
seduto su un campo di calcio un pomeriggio d'estate dopo gli allenamenti, le lunghe ombre degli alberi
immobili, le urla e le risa dei bambini che fanno il bagno nel laghetto dall'altro lato della strada, il
gusto forte ma comunque dolce delle gomme XL-I. O il sapore del sale che inevitabilmente riempie la
bocca quando ci si tuffa in mare, anche se la si tiene chiusa nel momento in cui la testa si infila sotto la
superficie, il caos dell'acqua spumeggiante in movimento l sotto, ma anche la luce tra le alghe e le
erbe marine e gli scogli nudi, gli ammassi di mitili e le distese di crostacei che brillano calmi e
tranquilli, perch  una serena giornata di mezza estate e il sole brucia nel cielo alto e blu sopra il mare.
L'acqua che scivola via dal corpo quando uno si tira su afferrandosi a un incavo nella roccia, le gocce
che restano tra le scapole nei pochi secondi prima che il sole le asciughi, l'acqua del costume che
invece continua a gocciolare anche molto tempo dopo che uno si  sdraiato sull'asciugamano. Un
motoscafo che solca le onde, sobbalzando fuori tempo, la prua si solleva e si sentono dei brevi tonfi
alternati al rumore del motore, l'aria surreale di tutto questo, visto che l'ambiente circostante  troppo
grande e aperto perch si riesce veramente a sentirlo.
Tutte queste cose esistevano ancora. Gli scogli erano esattamente gli stessi, il mare che si
infrangeva su di essi lo faceva allo stesso modo e anche il paesaggio sottomarino, con le sue piccole
valli e insenature e le ripide pendici e scarpate, cosparso di stelle marine e di ricci di mare, di granchi e
di pesci, era lo stesso. Si potevano ancora comprare una racchetta da tennis Slazenger, dei palloni
Tretorn e degli sci Rossignol, degli attacchi Tyroka e degli scarponi Koflack. Le case in cui avevamo
abitato esistevano ancora tutte. L'unica differenza, che  la differenza tra la realt dei bambini e quella
degli adulti, era che non erano pi cariche di significati. Un paio di scarpe da calcio Le-Coque erano
solo un paio di scarpe da calcio. Se adesso sentivo qualcosa quando ne tenevo un paio in mano, era solo
un'eco dell'infanzia, nient'altro, niente in s e per s. Lo stesso valeva per il mare, per gli scogli, per il
sapore di sale che poteva riempire in modo cos penetrante le giornate estive, ora sapeva solo di sale,
end of the story. Il mondo era lo stesso, ma al contempo non era pi lo stesso, perch il suo significato
era stato traslato e continuava a spostarsi, sempre pi vicino a divenire privo di significato.
Strizzai lo straccio, lo poggiai sull'orlo del secchio ed esaminai il risultato del lavoro compiuto.
La lucentezza della laccatura era riemersa, anche se qua e l c'erano delle chiazze scure di sporco, che
sembravano quasi aver corroso il legno. Avevo pulito forse un terzo della ringhiera che saliva al primo
piano. E poi c'era ancora la ringhiera che saliva al secondo piano.
Sentii i passi di Yngve nell'ingresso di fronte a me.
Comparve con un secchio in mano e un rotolo di sacchi per la spazzatura sotto il braccio.
Hai finito di sotto? mi chiese quando mi vide.
No, sei matto. Ho pulito solo i bagni e la lavanderia. Per il resto pensavo di aspettare.
Io adesso comincio con la camera di pap disse. In fondo mi sembra che sia quello il posto
dove c' pi da fare .
La cucina  finita?
S. Pi o meno. Devo ripulire alcuni scaffali. Per il resto ha un bell'aspetto.
Okay dissi. Io adesso faccio una pausa. Pensavo di mangiare qualcosa. La nonna  in
cucina?
Annu e prosegu oltre. Sfregai le mani ammorbidite e raggrinzite dall'umidit sui pantaloni,
gettai un ultimo sguardo alla ringhiera e andai su in cucina.
La nonna era appollaiata sulla sedia. Non sollev neppure lo sguardo verso di me quando entrai.
Mi ricordai della medicina. L'aveva presa da sola? Sicuramente no.
Aprii il mobiletto e la tirai fuori.
L'hai presa oggi? chiesi, facendole vedere la scatola.
Cos'? disse lei. La medicina?
S, quella che hai preso ieri.
No, non l'ho presa.
Presi un bicchiere dalla credenza, lo riempii di acqua e glielo porsi insieme a una pasticca. Se la
mise sulla lingua e la ingoi con un sorso d'acqua. Non sembrava che volesse dire altro, quindi, per
non essere imprigionato dal dovere di parlare generato dal silenzio, portai fuori con me un paio di mele,
invece delle fette di pane a cui avevo pensato, oltre a un bicchiere d'acqua e a una tazza di caff. La
giornata era tiepida e grigia, come quella del giorno prima. Un vento leggero veniva dal mare, qualche
gabbiano gridava nell'aria sopra l'insenatura del porto, da qualche parte nelle vicinanze risuonavano
dei colpi metallici. Gi in citt si sentiva il rumore uniforme del traffico. Sopra i tetti delle case, a un
paio di isolati dal molo, svettava una gru alta e ripida. Era gialla, con in cima una cabina bianca, o
come si chiama il posto dove si siede il guidatore. Strano che non l'avessi vista prima. C'erano per me
poche cose pi belle delle gru, della loro struttura scheletrica, le carrucole che scorrevano sul lato
superiore e inferiore del braccio sporgente, il gancio enorme, il modo in cui gli oggetti pesanti
penzolavano lentamente mentre venivano trasportati nell'aria, il cielo contro cui si stagliava sempre
quel meccanismo provvisorio.
Avevo appena finito di mangiare la prima mela, con il torsolo, il picciolo e tutto quanto e stavo
per cominciare a mangiare l'altra, quando Yngve arriv dal giardino. Aveva in mano una busta spessa.
Guarda cosa ho trovato disse porgendomela.
Aprii la busta e guardai dentro. Era piena di biglietti da mille.
Ci sono circa duecentomila corone l dentro disse.
Caspita. Dov'era?
Sotto il letto. Devono essere i soldi che ha avuto per la casa di Elvegaten.
Oh, cavolo dissi. Quindi questo  tutto quello che rimane?
Probabilmente. Non ha mai neppure messo i soldi in banca, li ha lasciati sotto il letto. E poi se
li  bevuti tutti, nel vero senso della parola. Un bigliettone dopo l'altro.
Non me ne frega niente dei soldi dissi.  solo che la vita che ha fatto qui era tremendamente
triste.
Proprio cos disse Yngve.
Si mise a sedere. Io poggiai la busta sul tavolo.
Cosa ne facciamo? disse.
Non ne ho idea. Ce li dividiamo, no?
In realt pensavo pi che altro alle tasse sull'eredit e cose simili.
Mi strinsi nelle spalle.
Chiediamo a qualcuno dissi. A Jan Olav, per esempio. In fondo  un avvocato.
Il suono del motore di una macchina risuon nella stretta strada sotto la casa. Anche se non
riuscivo a vederla, capii che veniva da noi dal modo in cui si ferm, fece marcia indietro e poi prosegu.
Chi pu essere? dissi.
Yngve si alz, afferr la busta.
Chi la tiene? chiese.
Tienila tu.
Ora per lo meno il problema delle spese per il funerale  risolto disse e mi pass davanti. Lo
seguii in casa. Gi nell'ingresso si sentivano delle voci. Erano Gunnar e Tove. Noi eravamo tra la porta
dell'ingresso e quella della cucina quando arrivarono su, un po' a disagio nei nostri corpi, come se
fossimo ancora bambini. Yngve con la busta in una mano.
Tove era abbronzata come Gunnar e si era mantenuta bene quanto lui.
Ciao ragazzi! disse sorridendo.
Ciao dissi.  passato del tempo dall'ultima volta che ci siamo visti.
Eh s disse lei.  un peccato che ci dobbiamo rivedere in simili circostanze.
S.
Quanti anni potevano avere in realt? Un po' meno di cinquanta?
La nonna in cucina si alz.
Siete voi? chiese.
Siediti, mamma disse Gunnar. Avevamo solo pensato di aiutare un po' Yngve e Karl Ove a
mettere a posto.
Ci fece l'occhiolino.
Ma senz'altro potete bere un po' di caff disse la nonna.
Niente caff per noi disse Gunnar. Ce ne andiamo subito. Abbiamo lasciato i bambini da
soli nella nostra casa fuori citt.
Certo, certo disse la nonna.
Gunnar fece qualche passo nella cucina.
Avete fatto un bel lavoro disse.  incredibile.
Pensavamo di fare qui il ritrovo dopo il funerale dissi. Mi guard.
Ma non  possibile disse.
Lo renderemo possibile dissi. Abbiamo cinque giorni. Ce la faremo.
Guard da un'altra parte. Forse per via delle lacrime che avevo agli occhi.
In fondo dovete decidere voi disse. Quindi se pensate che sia possibile, fate pure. Ma allora
dobbiamo metterci all'opera!
Si volt e and in salotto. Andai con lui.
Dobbiamo buttare via tutto quello che  rotto. Non ha senso risparmiare qualcosa qui. I divani
in che stato sono?
Uno  okay dissi. Possiamo lavarlo. L'altro penso che...
Allora portiamolo via disse.
Si mise davanti al grosso divano nero in pelle a tre posti. Io andai all'altro capo, mi chinai e lo
afferrai da sotto.
Lo facciamo passare dalla porta della veranda e poi da l lo portiamo fuori disse Gunnar. Ci
puoi aprire la porta, Tove?
Mentre lo trasportavamo attraverso il salotto la nonna era sulla porta della cucina.
Cosa fate con il divano? chiese.
Lo buttiamo via disse Gunnar.
Ma siete matti! disse lei. Perch volete buttarlo via? Non potete prendere il mio divano e
buttarlo!
 sciupato disse Gunnar.
Non sono affari vostri! disse lei. Quello  il mio divano! 
Io mi fermai. Gunnar mi guard.
Dobbiamo farlo. Capisci? le disse. Andiamo, Karl Ove, portiamolo fuori.
La nonna fece qualche passo verso di noi.
Non potete farlo! disse. Questa  la mia casa!
S che possiamo disse Gunnar.
Eravamo arrivati ai due gradini che scendevano gi nel salotto di tutti i giorni. Feci qualche
passo di lato, senza guardare la nonna, che si era messa accanto al pianoforte. Sentivo bruciare dentro
di me quella sua volont. Gunnar non se ne accorse. O forse s? Anche lui stava combattendo con essa?
Lei era sua madre.
Fece i due scalini camminando all'indietro e si spost lentamente nel mezzo della stanza.
Non potete! disse la nonna. Nell'arco degli ultimi minuti era totalmente cambiata. I suoi
occhi mandavano scintille. Il suo corpo, che fino a poco prima era stato cos passivo e chiuso su se
stesso, adesso era rivolto all'esterno. Sbuffava con le mani sui fianchi.
Oohh!
Poi si volt.
No, non voglio guardare disse e ritorn in cucina.
Gunnar mi sorrise. Feci i due scalini, arrivai nel salotto, feci qualche passo laterale per
posizionarmi in direzione della porta. Da l veniva del vento, lo sentivo sulla pelle nuda delle gambe e
delle braccia e del viso. Le tende svolazzavano.
Pu andare? chiese Gunnar.
Credo di s dissi.
Sulla veranda poggiammo il divano a terra e ci riposammo per qualche secondo, prima di
trasportarlo per l'ultimo tratto, gi per le scale, attraverso il giardino fino al carrello davanti alla porta
del garage. Dopo aver finito, quando il divano fu al suo posto con un lato che sporgeva forse di un
metro fuori dal bordo, Gunnar prese una fune blu dal bagagliaio e cominci a legarla stretta. Non
sapevo bene cosa fare e rimasi a guardarlo, nel caso che avesse avuto bisogno di aiuto.
Non preoccuparti per la nonna disse mentre proseguiva il lavoro. In questo momento non sa
cosa  meglio per lei.
No dissi.
Sicuramente conosci la situazione meglio di me. Che altro c' da buttare?
Delle cose nella stanza di lui. E in quella di lei. E in salotto. Ma niente di grosso. Non come il
divano.
Il materasso di lei, forse? chiese.
S. E quello di lui. Ma se buttiamo quello di lei, dobbiamo trovarne uno nuovo.
Possiamo prenderne uno dalla loro vecchia camera da letto disse.
S, possiamo fare cos.
Se lei protesta mentre siete qui da soli, non ve ne preoccupate. Fate quello che dovete fare. 
per il suo bene.
S dissi.
Avvolse la corda che era avanzata formando un nodo e la fiss al carrello.
Dovrebbe reggere disse alzandosi. Mi guard.
A proposito, avete visto in garage?
No dissi.
L aveva tutte le sue cose. Tutta la roba del trasloco. Dovete portarla via. Ma diamo
un'occhiata adesso. Molte cose si possono di sicuro buttare via subito.
Okay dissi.
Sul carrello non c' posto per molto altro. Ma prendiamo il possibile e portiamolo alla
discarica. Nel frattempo voi mettete fuori altre cose e noi facciamo un altro giro per tornare a prenderle.
E poi credo che possa bastare. Se ci fosse dell'altro, potrei venire durante la settimana, eventualmente
.
Grazie dissi.
Non  facile per voi questo disse. Lo capisco.
Quando incontrai il suo sguardo, lui mi fiss per un paio di secondi prima di distoglierlo. Sul
suo viso abbronzato gli occhi sembravano chiari quasi quanto quelli di pap.
C'erano cos tante cose che lui non voleva. Tutte le emozioni di cui traboccavo, per esempio.
Mi pos una mano sulla spalla.
Qualcosa esplose dentro di me. Singhiozzai.
Siete dei bravi ragazzi disse.
Dovetti voltarmi dall'altra parte. Mi chinai, misi il viso tra le mani. Il mio corpo tremava. Poi
pass, mi risollevai e inspirai profondamente.
Conosci un posto dove affittano macchine? Sai, smerigliatrici per i pavimenti, grossi tosaerba
e simili?
Volete smerigliare il pavimento?
No, no, era solo per fare un esempio. Ma pensavo di tagliare l'erba qui, per esempio. E non si
pu certo fare con un normale tosaerba.
Non  un po' ambizioso? Non  meglio concentrarsi sull'interno?
S, forse. Ma se dovesse avanzarci del tempo.
Chin leggermente la testa in avanti e si gratt tra i capelli con un dito.
C' una ditta che affitta a Grim. Dovrebbero avere cose di questo genere. Ma guardate sulle
pagine gialle.
Il muro bianco della casa davanti a noi cominci a brillare. Guardai in alto. Tra le nuvole si era
formato uno squarcio attraverso il quale splendeva il sole. Gunnar sal le scale ed entr in casa. Lo
seguii. Per terra nell'ingresso davanti alla stanza di pap c'erano due sacchi di spazzatura, pieni di
vestiti e cianfrusaglie. Accanto c'era la sedia sporca. Da dentro la stanza Yngve ci guardava. Indossava
dei guanti gialli.
Il materasso  da buttare disse. C' posto?
Non adesso disse Gunnar. Lo prendiamo al prossimo giro.
A proposito, abbiamo trovato questo sotto il letto disse Yngve. Prese la busta che aveva
poggiato sul tavolino accanto alla parete, la porse a Gunnar.
Gunnar la apr e guard.
E quanto c' qui dentro? chiese.
Circa duecentomila disse Yngve.
Be', adesso sono vostri disse. Ma ricordatevi di vostra sorella quando li dividerete.
Certamente disse Yngve.
Ci aveva pensato?
Io no.
E poi potete decidere voi se li volete dichiarare o no disse Gunnar.
Tove rimase a pulire quando Gunnar un quarto d'ora pi tardi se ne and con il carrello pieno. Tutte le
porte e le finestre della casa erano aperte e questo, il fatto che l'aria si muovesse l dentro, insieme alla
luce del sole che ricadeva sul pavimento e all'odore di detersivo, che era predominante per lo meno al
primo piano, fece s che la casa in un certo senso si aprisse e diventasse un posto attraverso cui scorreva
il mondo, cosa che notai anche dal fondo di quell'offuscamento dei sensi e che mi piacque. Io continuai
con le scale, Yngve con la camera di pap, mentre Tove si dedic al salotto di sopra, dove lui era stato
trovato. I davanzali delle finestre, i listelli delle pareti, le porte, gli scaffali. Dopo un po' andai su in
cucina per cambiare l'acqua. La nonna alz gli occhi mentre buttavo l'acqua sporca, ma lo sguardo era
vuoto e disinteressato e presto lo riabbass sul tavolo. L'acqua, marrone-grigiastra e opaca, vortic
lentamente nel lavello diminuendo sempre pi, finch gli ultimi resti bianchi di schiuma non furono
spariti e non rimase altro che uno strato scialbo di sabbia, capelli e granelli di diverso tipo sul metallo
lucente. Aprii il rubinetto e feci scorrere il gettito d'acqua sui bordi del secchio, finch tutto lo sporco
non se ne fu andato e lo potei di nuovo riempire con acqua pulita e calda fumante. Quando poi arrivai
in salotto, Tove si volt verso di me e sorrise.
S, ora va meglio! disse.
Mi fermai.
Stiamo andando avanti per lo meno dissi.
Pos lo straccio sulla mensola, si pass veloce una mano tra i capelli.
Non  mai stata una che pulisce molto disse.
La casa era tenuta abbastanza bene, no? dissi.
Rise un po' e scosse la testa.
Oh, no. Forse sembrava di s, ma no... Da quando sono venuta qui, ho sempre visto sporco.
Non dappertutto, ma negli angoli. Sotto i mobili. Sotto i tappeti. Sai, dove non si vede.
Davvero? dissi.
Oh, s. Non  mai stata una vera casalinga in questo senso .
Forse no dissi.
Ma si meritava qualcosa di meglio. Pensavamo che avrebbe potuto passare degli anni sereni
dopo che il nonno era morto. Avevamo chiesto un aiuto domestico per lei, sai, e si occupavano di tutta
la casa.
Annuii.
L'ho saputo dissi.
Era un aiuto anche per noi. Perch eravamo sempre noi che li aiutavamo. In tutto. Erano
invecchiati gi da lungo tempo. E con tuo padre in quelle condizioni ed Erling a Trondheim, tutto
ricadeva su di noi.
Lo so dissi e allargai le braccia e sollevai le sopracciglia in un gesto che voleva dimostrare
che provavo solidariet per lei, ma non avrei potuto farci niente.
Ma ora deve andare in un ospizio, dove possono occuparsi di lei.  terribile vederla cos.
S dissi.
Lei sorrise di nuovo.
Come sta Sissel?
Bene dissi. Vive nello Jlster, credo che ci si trovi bene. E lavora alla scuola per infermieri
di Frde.
Salutamela tanto quando la senti disse Tove.
Lo far dissi sorridendo a mia volta. Tove riprese in mano lo straccio e io scesi gi per le
scale, dove ero arrivato pi o meno a met, posai il secchio, strizzai lo straccio e spruzzai una striscia di
Jif sopra la ringhiera.
Karl Ove? disse Yngve.
S? dissi.
Vieni un po' qui.
Era davanti allo specchio dell'ingresso. Sulla stufa a cherosene l accanto c'era un mucchio
enorme di carte. Aveva gli occhi lucidi.
Guarda qui disse, porgendomi una busta. Era indirizzata a Ylva Knausgrd, Stavanger.
Dentro c'era un foglio su cui era scritto Cara Ylva!, ma che per il resto era vuoto.
Le ha scritto? Da qui? chiesi.
Evidentemente disse Yngve. Deve essere stato per il suo compleanno, o qualcosa di simile.
E poi ha lasciato perdere. Non aveva l'indirizzo, vedi.
Credevo che non sapesse neppure della sua esistenza.
E invece a quanto pare lo sapeva disse Yngve. Deve aver addirittura pensato a lei.
In fondo  la sua prima nipote dissi.
S disse Yngve. Ma stiamo parlando di pap. Non  detto che questo dovesse significare
qualcosa.
Accidenti dissi.  cos triste.
Ho trovato un'altra cosa disse Yngve. Guarda.
Questa volta mi porse una lettera scritta a macchina, che sembrava a prima vista ufficiale.
Veniva della Cassa dello Stato per i prestiti agli studenti. Era una comunicazione che diceva che il suo
prestito era stato estinto.
Guarda la data disse Yngve.
Lessi 29 giugno.
Due settimane prima che morisse dissi, guardai Yngve negli occhi. Cominciammo a ridere.
Ah ah ah rise.
Ah ah ah risi. Alla faccia della libert. Ah ah ah!
Ah ah ah ah!
Quando Tove e Gunnar se ne andarono un'ora pi tardi, l'atmosfera della casa cambi di nuovo. Con
solo noi e la nonna era come se le stanze si richiudessero su quello che era successo, quasi fossimo
troppo deboli per aprirle. O forse era che eravamo troppo vicini a quello che era successo e vi eravamo
coinvolti in misura maggiore rispetto a Gunnar e a Tove. In ogni caso la corrente di vita e di
movimento si arrest e ogni oggetto l dentro, che fossero il televisore, le sedie, il divano, la porta
scorrevole tra i salotti, il pianoforte nero, i due dipinti barocchi appesi sopra di esso, si fece sentire in
tutta la sua presenza, pesante, irremovibile, carico di passato. Fuori si era di nuovo rannuvolato. Lo
strato biancogrigiastro sotto il cielo attutiva tutti i colori del paesaggio. Yngve sceglieva tra i fogli, io
pulivo le scale, la nonna era in cucina sprofondata nella sua oscurit. Alle quattro Yngve and a fare la
spesa per la cena e io, sensibile a tutta la casa intorno, speravo che la nonna non facesse una delle sue
passeggiatine e che non venisse a cercarmi, perch sentivo che il mio animo, o qualunque cosa sia
quella su cui gli altri lasciano tanto facilmente la loro impronta dentro di me, era cos fragile e sensibile
che non sarei riuscito a sopportare la consapevolezza che la sua presenza, lacerata dal dolore e dalla
tristezza, avrebbe portato con s. Ma era una speranza vana, perch dopo un po' sentii il rumore delle
gambe del tavolo di sopra e subito dopo i passi di lei, prima in salotto e poi sulle scale.
Si teneva saldamente alla ringhiera, come se fosse sul punto di tuffarsi.
Sei qui disse.
S. Ma ho quasi finito.
Ma Yngve dov'?
 andato a fare la spesa dissi.
S,  vero, s. Rimase a lungo a guardare la mia mano, che scivolava su e gi sulla ringhiera
stringendo lo straccio. Poi scrut il mio viso. Incrociai il suo sguardo e mi sentii gelare la schiena.
Sembrava che mi odiasse.
Sospir. Tir da una parte il ricciolo che le ricadeva sempre sull'occhio.
Sei accanito disse. Sei incredibilmente accanito.
S dissi. Ma  bene riuscire a fare qualcosa, dato che ormai abbiamo cominciato, no?
Fuori si sent il rumore di una macchina.
Eccolo dissi.
Chi? disse lei. Gunnar?
Yngve dissi.
Ma allora non  in casa?
Non risposi.
Oh, ma  vero disse lei. Devo aver cominciato a rimbambire un po' anch'io.
Sorrisi, lasciai cadere lo staccio nell'acqua che aveva perso quasi del tutto la sua trasparenza,
presi in mano il secchio.
Bisogna preparare qualcosa da mangiare.
In cucina svuotai l'acqua, strizzai lo straccio e lo poggiai sul bordo del secchio, mentre la nonna si
rimetteva a sedere. Quando tolsi il posacenere dal tavolo, lei spost il lembo inferiore della tenda e
guard fuori. Io sciacquai il posacenere, tornai indietro e presi le tazze, le misi nel lavello, bagnai lo
straccio per la cucina, spruzzai un po' di spray sul tavolo e lo stavo pulendo quando Yngve entr con
due borse, una in ogni mano. Le pos e cominci a togliere la spesa. Prima quello che avremmo
mangiato per cena, che pos sul bancone - quattro filetti di salmone sottovuoto, un sacchetto di patate
scure di terra, un cavolfiore e un pacco di fagioli surgelati - poi tutte le altre cose, che mise un po' in
frigorifero e in parte nella credenza. Una bottiglietta di Sprite da mezzo litro, una bottiglia da mezzo
litro di birra CB, un sacchetto di arance, un cartone di latte, uno di succo d'arancia, una pagnotta. Io
accesi i fornelli e presi una padella dal mobile sotto il bancone, presi la margarina dal frigorifero, ne
tagliai un pezzo e lo misi nella padella, riempii una grande pentola di acqua e la misi sulla piastra
dietro, slegai il sacco e feci cadere le patate nel lavello, aprii l'acqua e iniziai a lavarle, mentre il burro
lentamente si scioglieva sul fondo nero della padella. Mi colp di nuovo quanto quei prodotti fossero
puri e per questo la loro presenza mi tirava su di morale, come la plastica bianca e verde in cui erano i
fagioli, con la scritta e il simbolo rossi, o come la busta bianca che avvolgeva il pane, a parte il fondo,
dove la crosta scura e arrotondata sembrava fare capolino come una specie di lumaca dalla sua tana o,
pensai, come un monaco dal suo saio. Le arance che premevano arancioni contro la plastica. Tutte
ammucchiate, quando ogni globo era nascosto tra gli altri, somigliavano ai modelli delle molecole che
si trovano nei libri di scuola. L'odore che diffondevano nella stanza non appena venivano sbucciate o
tagliate mi ricordava sempre pap. Di questo sapevano le stanze in cui era stato: fumo di sigaretta e
arance. Se entrando nel mio ufficio sentivo quell'odore, venivo sempre invaso da sensazioni buone.
Ma perch? In cosa consisteva il buono?
Yngve ripieg le due borse della spesa e le mise nel cassetto in fondo. Il burro cominciava a
sfrigolare nella padella. Il flusso dell'acqua era interrotto dalle patate che avevo messo sotto il rubinetto
e l'acqua che scorreva lungo le pareti del lavello non aveva forza sufficiente per portare via tutta la
terra, che quindi si deposit come uno strato di fanghiglia tra i fori sul fondo, finch le patate non
furono pulite e le tolsi dal gettito, che nell'arco di un breve istante spazz via tutto, di modo che il
metallo sul fondo torn a brillare chiaro e pulito.
S, s disse la nonna dal tavolo.
L'incavo profondo delle orbite, scuro intorno ai suoi occhi altrimenti chiari, le ossa che si
vedevano dappertutto sul corpo.
Yngve era nel mezzo della cucina e beveva della Coca-Cola da un bicchiere.
Posso aiutarti in qualche modo? chiese.
Pos il bicchiere vuoto sul bancone e fece un leggero rutto.
No, non ce n' bisogno dissi.
Allora vado a fare un giro fuori disse.
Vai pure.
Misi le patate nell'acqua che era gi in movimento; piccoli cerchi salivano in superficie. Presi il
sale, era sopra la ventola, nella piccola nave vichinga, dove il remo fungeva da cucchiaio, ne gettai un
po' nell'acqua, tagliai il cavolfiore, riempii di acqua un'altra pentola e ce lo misi, poi aprii con un
coltello il pacchetto del salmone e presi i quattro filetti, che salai e adagiai su un piatto.
C' il pesce per cena dissi. Salmone.
Ah, s disse la nonna. Sar sicuramente buono.
Doveva farsi il bagno e lavarsi i capelli. Mettersi vestiti nuovi e puliti. Per me era come un
bisogno. Ma chi poteva occuparsene? Non sembrava che lo facesse di sua spontanea iniziativa. Non
potevamo chiederglielo, non era il caso. E se non avesse voluto? Non potevamo certo costringerla.
Bisognava chiedere a Tove. Per lo meno non sarebbe stato cos umiliante per lei se lo avesse
fatto una del suo stesso sesso. E che le era pi vicina di una generazione.
Misi i filetti nella padella e accesi la ventola. Nell'arco di qualche secondo il lato inferiore si
schiar, pass da un rosa profondo quasi rossastro a un rosa bianco e vidi il nuovo colore che piano
piano saliva nella carne. Abbassai la temperatura delle patate, che bollivano freneticamente.
Ohh fece la nonna dal suo posto.
La guardai. Era seduta esattamente come prima e non poteva certo essere consapevole di essersi
appena lasciata sfuggire un gemito.
Lui era stato il suo primo figlio.
Non era previsto che i figli morissero prima dei loro genitori, non era previsto. Non era
previsto.
E per me, chi era stato per me pap?
Uno che desideravo morto.
Dunque perch tutte queste lacrime?
Aprii la busta dei fagioli. Erano ricoperti da un sottile strato di brina lanuginosa e sembravano
quasi grigi. Adesso anche il cavolo bolliva. Abbassai la temperatura della piastra e guardai l'orologio
sulla parete. Le quattro e quarantadue. Altri quattro minuti e il cavolo sarebbe stato pronto. O sei. Forse
altri quindici minuti per le patate. Avrei dovuto tagliarle in due. D'altronde non dovevamo mica fare un
pranzo di festa.
La nonna mi guard.
Capita che beviate birra mentre mangiate? chiese. Ho visto che Yngve ne ha comprata una
bottiglia.
L'aveva vista?
Scossi il capo.
Capita dissi. Ma di rado. Molto di rado, a dire la verit .
Rigirai i filetti. Qualche chiazza marrone scuro si stendeva qua e l sopra la carne chiara. Ma
non erano bruciati.
Misi i fagioli nella pentola, salai l'acqua e rovesciai quella che era di troppo. La nonna si chin
per guardare fuori dalla finestra. Allontanai un po' la padella dal fuoco, abbassai la temperatura e andai
fuori da Yngve sulla veranda. Era seduto su una sedia e guardava in lontananza.
 quasi pronto dissi. Cinque minuti.
Bene.
La birra che hai comprato dissi, pensavi di berla per cena?
Fece cenno di s con la testa e mi lanci un'occhiata.
Perch lo chiedi?
Per via della nonna dissi. Mi ha chiesto se di solito beviamo birra durante i pasti. Pensavo
solo che forse non era necessario farlo davanti a lei. Si  bevuto cos tanto in questa casa. Non c'
bisogno che veda altro. Anche se  solo un bicchiere per cena. Capisci cosa intendo?
Certo. Ma tu esageri.
S, forse. Ma non si tratta mica di un grosso sacrificio.
No, no disse Yngve.
D'accordo, allora?
S! disse lui.
Non ci si poteva sbagliare sul tono di irritazione nella sua voce. Non volevo allontanarmi
mentre ancora era nell'aria. Per non avevo neppure niente da dire che potesse placarla. Quindi, dopo
qualche secondo di indecisione, con le braccia penzoloni e un groppo alla gola, tornai in cucina,
apparecchiai, rovesciai l'acqua dalla pentola delle patate e lasciai che evaporasse quella che era
rimasta, disposi i filetti di salmone in un vassoio con una spatola, tagliai il cavolo e lo misi nel vassoio
insieme ai fagioli, cercai una ciotola in cui mettere le patate e poggiai tutto sul tavolo. Rosso chiaro,
verde chiaro, bianco, verde scuro, marrone dorato. Riempii d'acqua una caraffa e la misi in tavola
insieme a tre bicchieri proprio nel momento in cui Ynge rientrava dalla veranda.
Sembra buono disse sedendosi. Ma i coltelli e le forchette potrebbero forse esserci utili?
Li presi nel cassetto, porsi a ciascuno i suoi, mi sedetti e cominciai a pelare una patata. La
buccia calda bruciava sulla punta delle dita.
Le sbucci? chiese Yngve. Sono patate novelle.
Hai ragione dissi. Infilzai con la forchetta un'altra patata e la misi nel piatto. Si sbriciol
quando ci affondai il coltello. Yngve si port alla bocca un pezzo di salmone. La nonna divideva il suo
in piccoli bocconi. Mi alzai di nuovo e andai a prendere la margarina in frigorifero, ne misi un pezzo
sulle patate. Per una vecchia abitudine respirai attraverso la bocca quando presi il primo boccone di
salmone. Yngve sembrava aver sviluppato un rapporto pi normale e adulto con il pesce. Adesso
mangiava addirittura lo stoccafisso ammollato nella soda, quello che un tempo era stato il peggio del
peggio. Mentre era seduto accanto a me e mangiava in silenzio me lo immaginai che diceva con il
bacon e tutto il resto del condimento in effetti  molto buono. I pranzi a base di stoccafisso con gli
amici erano un mondo da cui ero completamente escluso. Non perch non riuscissi a mangiarlo, ma
perch non venivo invitato a simili ritrovi. Non avevo idea del perch. Non me ne preoccupavo
neanche pi. Ma un tempo s, un tempo ne restavo fuori e ne soffrivo. Ora ne restavo fuori e basta.
Gunnar ha detto che c' una ditta che affitta macchinari a Grim dissi. Perch non ci andiamo
domani, dopo essere stati all'impresa di pompe funebri? Sarebbe bene farlo prima che tu vada via.
Mentre c' ancora la macchina, voglio dire.
Possiamo andarci disse Yngve.
Adesso anche la nonna mangiava. Aveva assunto un'aria spigolosa mentre rosicchiava. Ogni
volta che lei si muoveva, mi arrivavano delle zaffate di pip. Oh, dovevamo farle fare il bagno. Metterle
dei vestiti puliti. Darle da mangiare. Molto da mangiare. Porridge, latte, burro.
Sollevai il bicchiere alle labbra e bevvi. L'acqua, cos fresca nella bocca, aveva un leggero
sapore di metallo. Le posate di Yngve tintinnavano sul piatto. Una vespa o un calabrone ronzava da
qualche parte nella sala da pranzo, dietro la porta accostata. La nonna sospir. Si scost anche di lato
sulla sedia, come se il pensiero che le era passato per la testa non avesse attraversato solo la coscienza,
ma scorresse anche nel corpo.
In questa casa si era mangiato pesce addirittura la sera della vigilia di Natale. Quando ero
piccolo sembrava una mostruosit! Pesce la sera della vigilia di Natale! Ma Kristiansand era una citt
costiera, la tradizione era antica e i merluzzi che venivano esposti al mercato del pesce nei giorni prima
di Natale erano accuratamente selezionati. Una volta ci ero stato con la nonna, ricordo l'atmosfera che
ci aveva accolto nella sala del mercato, l'oscurit dopo la luce pungente del sole che fuori si rifletteva
sulla neve, i grossi merluzzi che nuotavano tranquilli nelle loro vasche, la loro pelle scura, giallastra in
alcuni punti, verdastra in altri, la bocca che si apriva e si chiudeva lentamente, la barbetta sotto il mento
bianco molliccio, gli occhi gialli e fissi. Gli uomini che lavoravano l avevano grembiuli bianchi e
stivali di gomma. Uno di loro tagliava la testa di un merluzzo con un grosso coltello quasi quadrato.
Poi, dopo aver buttato la testa da una parte, tagli la pancia. Le interiora uscirono fuori tra le sue dita.
Erano pallide e acquose e furono gettate in un grosso bidone della spazzatura al suo fianco. Perch
erano cos chiare? Un altro aveva appena incartato un pesce e ora batteva con un dito sul registratore di
cassa. Ricordo che notai che trattava i tasti in un modo del tutto diverso da quello usato negli altri
negozi, come se qui venissero a congiungersi due mondi distinti, uno pi netto e uno pi grossolano,
uno interno e uno esterno, qui, nel movimento deciso, ma comunque poco allenato, delle dita del
venditore di pesce. C'era odore di sale l dentro. Sui banchi i pesci e i gamberi erano adagiati sul
ghiaccio. La nonna, che indossava un cappello di pelliccia e un cappotto scuro che le arrivava ai piedi
si mise in coda davanti a uno dei banchi, mentre io andai verso una cassa di legno che era piena di
granchi vivi. La parte di sopra era marrone scuro come le foglie marce, la parte inferiore bianco-
giallognola come le ossa. Gli occhi neri come capocchie di spillo, le antenne, le chele che facevano
rumore quando si arrampicavano l'uno sull'altro. Pensai che i granchi erano come delle specie di
contenitori, contenitori con dentro della carne. Il fatto che venissero dagli abissi e fossero stati portati
fin quass, come anche tutti gli altri pesci vivi, aveva del meraviglioso. Un uomo sciacquava il
pavimento asfaltato, l'acqua correva schiumando verso la grata di scarico. La nonna si chin e indic
un pesce totalmente piatto, era verdastro con dei puntini rosso ruggine e il commesso lo tir su dal suo
giaciglio di ghiaccio e lo mise su una bilancia. Cerc un foglio per incartarlo. Mise il cartoccio in una
busta, la porse alla nonna, che gli diede una banconota dal suo piccolo portamonete. Ma tutto quel
senso di meraviglioso che qui aleggiava intorno ai pesci e li avvolgeva, scompariva quando erano nel
mio piatto, bianchi, tremolanti, salati e pieni di lische, cos come il senso di meraviglioso dei pesci che
pap e io pescavamo davanti all'isola di Tromya o nello stretto vicino alla terraferma, con il devon, la
pesca alla traina o la canna, li aveva abbandonati quando erano pronti per essere mangiati e giacevano
su uno dei nostri piatti marroni nella casa di Tybakken negli anni Settanta.
Che et potevo avere quando ero con la nonna al mercato del pesce?
Non ero stato qui spesso da piccolo durante i giorni lavorativi. Quindi probabilmente doveva
essere stato durante le vacanze invernali che io e Yngve avevamo passato qui. Quando avevamo preso
da soli l'autobus per Kristiansand. Voleva dire che avrebbe dovuto esserci anche Yngve con noi quel
giorno. Ma nei miei ricordi non c'era. E non avrebbero potuto esserci i granchi; le vacanze invernali
erano a febbraio, quando non si trovano granchi vivi da comprare. E se anche fosse stato, non si
sarebbero trovati in una cassa di legno. Quindi quell'immagine dei granchi, cos nitida e dettagliata, da
dove veniva in realt?
Da chiss dove. Se c'era qualcosa di cui la mia infanzia era piena, erano pesci e granchi,
gamberi e astici. Tante erano le volte che avevo visto mio padre prendere degli avanzi freddi di pesce
dal frigorifero e mangiarli in piedi in cucina la sera o la mattina durante i fine settimana. Quelli che gli
piacevano di pi per erano i granchi; quando arrivava la fine dell'estate e cominciavano a rimpolparsi,
aveva l'abitudine di andare al molo di Arendal dopo la scuola e comprarne qualcuno, quando qualche
rara volta non li pescava lui stesso, di sera o di notte, fuori su uno degli isolotti della fascia costiera o
sugli scogli della parte dell'isola che guardava verso il mare aperto. Poteva succedere che andassimo
con lui e una volta in particolare mi si  impressa nella memoria, una notte a Torungen, il fal sotto il
cielo blu scuro di agosto, quando i gabbiani ci aggredirono mentre scendevamo dalla barca per andare
sull'isolotto e poi noi, con due secchi pieni di granchi, accendemmo il fuoco in un avvallamento. Le
fiamme si allungavano verso il cielo. Il mare si stendeva pesante intorno a noi. Il viso di pap
risplendeva.
Posai il bicchiere, tagliai un pezzo di pesce e lo infilzai con la forchetta. La grassa carne grigio
scuro si sfilacci intorno ai tre rebbi, era cos morbida che potevo schiacciarla con la lingua contro il
palato.
Dopo cena continuammo a pulire. Sulle scale avevo finito, quindi ripresi da dove Tove aveva lasciato,
mentre Yngve cominci nella sala da pranzo. Fuori pioveva. Un sottile strato di pioggia si pos sulle
finestre, il muro della terrazza divenne leggermente pi scuro e fuori verso il mare aperto, dove doveva
cadere con pi forza, le nuvole all'orizzonte erano striate di pioggia. Spolverai tutti i piccoli
soprammobili, le lampade, le foto e i souvenir di cui era piena la libreria e poi li posai per terra per
pulire i ripiani. Una lampada a olio che sembrava uscita da Le mille e una notte, economica e costosa al
contempo, con ornamenti intricati e decorazioni dorate; una gondola di Venezia che si illuminava come
una lampada; una foto del nonno e della nonna davanti a una piramide in Egitto. Mentre stavo l a
guardarla, sentii la nonna alzarsi in cucina. Pulii il vetro e la cornice e la posai, presi il piccolo
contenitore con i vecchi dischi. La nonna mi guardava con le mani dietro la schiena.
No, non c' bisogno che tu lo faccia disse. Non c' bisogno che tu vada cos a fondo.
Faccio veloce dissi. Ormai che ho iniziato, tanto vale finire.
S, s disse lei. Verr sicuramente un buon lavoro.
Dopo che ebbi tolto la polvere dal contenitore, lo misi per terra, posai i dischi l accanto, aprii il
mobile e presi il vecchio stereo che si trovava l dentro.
Non avete mica l'abitudine di bere qualcosina la sera, vero? disse la nonna.
No dissi. Per lo meno non nel mezzo della settimana .
Me lo immaginavo disse lei.
In citt, oltre il fiume, le luci avevano cominciato a brillare in maniera pi nitida. Che ora
poteva essere? Le cinque e mezzo? Le sei?
Pulii i ripiani e rimisi a posto lo stereo. La nonna, che capiva bene che qui non c'era altro per
lei, si volt con un piccolo s, s e and nell'altro salotto. Subito dopo sentii la sua voce, e quella di
Yngve a seguire. Quando andai in cucina per prendere lo spray per i vetri e un po' di carta di giornale,
dalla porta aperta vidi che si era seduta al tavolo da pranzo per parlare con Yngve mentre lui lavorava.
Il bere le era veramente rimasto impresso, pensai. Presi lo spray dal mobile, strappai qualche
pagina dal giornale che era sulla sedia sotto l'orologio da parete e tornai in salotto. Certo non era cos
strano. Lui si era ubriacato a morte in maniera metodica, non si poteva spiegare in altro modo e lei era
qui e l'aveva visto. Ogni mattina, ogni pomeriggio, ogni sera. Per quanto tempo? Due anni? Tre anni?
Solo lei e lui. Madre e figlio.
Spruzzai un po' di spray sullo sportello di vetro della libreria, accartocciai la carta di giornale e
la sfregai per alcune volte sul detersivo che gocciolava, finch il vetro non fu asciutto e brillante. Mi
guardai intorno per cercare altro vetro da pulire, dato che ormai avevo iniziato, ma non vidi altro che
quello delle finestre, che avevo deciso di lasciare a dopo. Continuai invece con la libreria, rimisi a
posto tutti gli oggetti, cominciando da quelli che erano dentro il mobile.
Ora era l'aria gi sull'insenatura del porto a essere piena di striature di pioggia. Un attimo dopo
cominci a picchiare sulla finestra proprio davanti a me. Grosse gocce pesanti, che presto cominciarono
a scivolare gi creando sul vetro forme tremolanti. La nonna pass dietro di me. Io non mi voltai, ma i
suoi movimenti penetrarono comunque la mia coscienza, quando si ferm, prese il telecomando,
premette il pulsante e si mise a sedere sulla sedia. Posai sopra una mensola lo straccio per spolverare e
andai da Yngve.
 pieno di bottiglie anche qui disse indicando con un cenno del capo il bancone che correva
lungo una delle pareti. Ma il servizio e il resto sono in buone condizioni.
Ha chiesto anche a te se abbiamo l'abitudine di bere? chiesi. A me lo avr chiesto dieci
volte da quando siamo arrivati. Come minimo.
S, me lo ha chiesto disse. La questione  se dobbiamo dargliene o no. Non ha certo bisogno
del nostro permesso, ma ce lo sta chiedendo. Quindi... Tu che ne dici?
Cosa stai dicendo?
Non lo hai capito? disse alzando di nuovo lo sguardo. Sulle sua labbra c'era un piccolo
sorriso senza gioia.
Capito che cosa? chiesi.
Vuole qualcosa da bere.  disperata.
La nonna?
S. Tu che ne dici, gliene diamo un po'?
Sei sicuro che sia cos? Pensavo che fosse l'opposto.
Anch'io lo pensavo all'inizio. Ma  evidente, se ci rifletti bene. Lui ha vissuto qui per molto
tempo. In che altro modo lei avrebbe potuto resistere?
 alcolizzata?
Yngve si strinse nelle spalle.
Adesso il fatto  che vuole qualcosa da bere. E che ha bisogno del nostro permesso.
Maledizione dissi. Che razza di inferno  questo.
S. Ma certamente non fa nessuna differenza se adesso beve qualcosa, no? In fondo  come
sotto shock.
Cosa facciamo allora? chiesi.
Niente, le chiediamo semplicemente se vuole un drink, e poi, nel caso, ne prendiamo uno
insieme a lei. Che ne dici?
Okay. Ma non subito, vero?
Stasera quando finiamo. Glielo chiediamo. Come se non ci fosse niente di strano.
Mezz'ora dopo avevo finito con la libreria e andai fuori sulla terrazza, dove aveva smesso di piovere e
l'aria era piena degli odori freschi che venivano dal giardino. Il tavolo era coperto da una pellicola
d'acqua, il rivestimento delle sedie era scuro per l'umidit. Le bottiglie di plastica sul pavimento
lastricato erano coperte di goccioline. I loro colli facevano venire in mente delle bocche, come se
fossero piccoli cannoni puntati in tutte le direzioni. Sul bordo inferiore della ringhiera di ferro battuto le
gocce si raggruppavano in grappoli. A intervalli irregolari qualcuna si staccava e cadeva sul muro con
un suono vuoto quasi impercettibile. Era difficile credere che pap fosse stato l tre giorni prima. Che
avesse visto lo stesso panorama tre giorni prima, che fosso stato nella stessa casa, che avesse visto la
nonna come la vedevamo noi, che avesse elaborato i suoi pensieri solo tre giorni prima, era una cosa
difficile da comprendere. Cio, la cosa in s, che fosse stato qui da poco, la capivo. Ma non che lui non
potesse vedere questo. La veranda, le buste di plastica, la luce delle finestre del vicino. La crosta gialla
di vernice che si era staccata e adesso giaceva sul lastricato dipinto di rosso della terrazza, accanto alla
gamba arrugginita del tavolo. La grondaia, l'acqua che da l continuava a cadere sull'erba. Che lui non
avrebbe pi potuto vedere niente di tutto questo era una cosa che non riuscivo a capire, per quanto mi
sforzassi. Che non avrebbe potuto vedere me e Yngve, questo lo capivo, aveva a che fare con la vita
affettiva, a cui la morte era intrecciata in modo del tutto diverso che alla realt oggettiva, concreta, che
avevo intorno.
Nulla, solo il nulla. Neppure l'oscurit.
Accesi una sigaretta, passai un paio di volte la mano sulla sedia bagnata e mi misi a sedere. Mi
erano rimaste solo due sigarette. Quindi dovevo scendere dal tabaccaio prima che chiudesse.
Lungo la staccionata alla fine del prato un gatto avanzava furtivamente. Era screziato di grigio e
sembrava vecchio. Si ferm con la zampa alzata, fiss per un po' l'erba e poi prosegu. Pensai al nostro
gatto, Nansen, su cui Tonje riversava il suo affetto. Aveva solo pochi mesi e dormiva sotto la trapunta
con lei, con la testa che faceva capolino.
Non avevo pensato a Tonje neppure una volta durante la giornata. Neppure una volta. Cosa
voleva dire? Non la volevo chiamare, perch non avevo niente da dirle, ma dovevo farlo, per lei. Se io
non avevo pensato a lei, lei aveva pensato a me, lo sapevo.
In alto sopra il porto un gabbiano arriv veleggiando nell'aria diretto verso l'interno. Aveva
fatto rotta verso la veranda e mi accorsi che stavo sorridendo, era il gabbiano della nonna che veniva a
prendere da mangiare. Ma con me seduto l, non osava posarsi a terra e and invece ad atterrare sul
tetto, dove protese indietro il capo ed emise il suo grido di gabbiano.
Magari potevo dargli un po' di salmone?
Spensi la sigaretta e misi il mozzicone in una delle bottiglie, mi alzai e andai dentro dalla
nonna, che era seduta a guardare la televisione.
Il tuo gabbiano  di nuovo qui dissi. Posso dargli un po' di salmone?
Cosa? disse lei, voltandosi verso di me.
Il gabbiano  qui ripetei. Posso dargli un po' di salmone? 
Oh fece lei. Ma posso farlo io, sai.
Si alz e and curva in cucina. Presi il telecomando e abbassai il volume. Poi andai nella sala da
pranzo, che era vuota e mi sedetti davanti al telefono. Feci il numero di casa.
Salve, sono Tonje.
Ciao, sono Karl Ove.
Oh, ciao...
Ciao.
Come stai?
Non molto bene dissi.  pesante stare qui. Piango quasi sempre. Ma non so esattamente per
cosa. Perch pap  morto, ovviamente. Ma non  solo questo...
Avrei dovuto essere l insieme a te disse. Mi manchi .
 una casa di morte dissi. Stiamo sguazzando nella sua morte.  morto proprio sulla sedia
che  qua dentro e che si trova ancora l. E poi qui si avverte tutto quello che  vi successo, in passato
voglio dire, quando ero bambino, anche tutto questo  presente e viene fuori. Capisci? Ci sono dentro,
in un certo senso. A quello che ero da piccolo. Quello che mio padre era allora. Tutte le sensazioni di
allora tornano a galla.
Povero Karl Ove disse lei.
Fuori oltre la porta di fronte a me la nonna pass con in mano un piatto con un pezzo di
salmone. Non mi vide. Non dissi niente finch lei non fu nell'altro salotto.
No, non c' da dispiacersi per me dissi. Ma per lui. La sua vita alla fine  stata cos terribile,
non ci crederesti.
E tua nonna come la prende?
Non so bene.  un po' sotto shock. Sembra quasi che stia perdendo la memoria. E cos
tremendamente magra com'. Sono stati qui a bere. Lei e lui.
Anche lei? Tua nonna?
Eh s. Non ci crederesti. Ma abbiamo deciso di sistemare tutto e poi fare qui il funerale.
Attraverso il vetro della finestra della veranda vidi la nonna che posava per terra il piatto. Fece
qualche passo indietro e si guard intorno.
Sembra una buona idea disse Tonje.
Non so dissi. Ma ora dobbiamo fare un sacco di cose. Pulire tutta questa maledetta casa e
poi addobbarla. Comprare tovaglie e fiori e...
La testa di Yngve spunt dalla porta. Quando vide che ero al telefono, sollev le sopracciglia e
si ritir, proprio mentre la nonna rientrava dalla veranda. Lei si piazz davanti alla finestra a guardare
fuori.
Pensavo di venire un giorno prima disse Tonje. Cos posso aiutarvi anch'io.
Il funerale sar venerd dissi. Prendi delle ferie allora? 
S. Cos arrivo prima di pranzo. Mi manchi cos tanto.
Cosa hai fatto oggi, poi?
No, niente di particolare. Sono stata dalla mamma e da Hans a cena. Ti salutano, pensavano a
te.
S, sono gentili dissi. Cosa avete mangiato?
La madre di Tonje era una cuoca fantastica; mangiare da lei era un'esperienza unica, se uno era
interessato al cibo. Io non lo ero e del cibo me ne infischiavo completamente, potevo mangiare
bastoncini di pesce o halibut al forno, wrstel o filetto alla Wellington, ma Tonje lo era, i suoi occhi si
illuminavano quando cominciava a parlare di cose da mangiare e anche lei era dotata, le piaceva stare
in cucina; anche se faceva solo la pizza, ci metteva tutta se stessa. Era la persona pi legata ai sensi che
avessi mai incontrato. E invece si era messa con uno che vedeva i pranzi, il calore e l'affetto come dei
mali necessari.
Sogliola. Quindi  stato un bene che tu non ci fossi.
Sentii che sorrideva.
Ma oh, era fantastica.
Non ne dubito dissi. C'erano anche Kjetil e Karin?
S. E Atle.
Erano successe molte cose in quella famiglia, come in tutte le famiglie, ma non ne parlavano,
quindi, se in qualche modo si notava, era in ognuno di loro e nell'atmosfera che creavano insieme. Una
delle cose di me che piacevano di pi a Tonje, mi sembrava, era che mi interessasse cos tanto proprio
questo, tutte le situazioni e le possibilit nelle varie relazioni, cosa a cui lei non era abituata, non
rifletteva mai in quel senso, quindi quando le facevo vedere quello che vedevo io, era sempre molto
interessata. Questo lo avevo preso da mia madre, fin dalla scuola media facevo con lei lunghe
conversazioni sulle persone che incontravamo o che conoscevamo, cosa avevano detto, perch lo
avevano detto, da dove venivano, chi erano i loro genitori, in che genere di casa abitavano, il tutto
intrecciato a domande che avevano a che fare con la politica, l'etica, la morale, la psicologia e la
filosofia e questo tipo di conversazioni, che continuavano tuttora, avevano orientato il mio sguardo in
una direzione, verso quello che succedeva tra le persone che vedevo sempre e cercavo di spiegarlo e a
lungo avevo anche creduto di essere bravo a osservare gli altri, ma non lo ero, vedevo solo me stesso
ovunque mi voltassi, ma forse non era neppure questo l'argomento delle nostre conversazioni, era
qualcos'altro, si trattava di me e della mamma, era cos che ci avvicinavamo l'uno all'altra, con il
linguaggio e le riflessioni, era questo che ci legava ed era cos che cercavo un legame anche con Tonje.
Ed era un bene, perch lei ne aveva bisogno, cos come io avevo bisogno del suo solido attaccamento ai
sensi.
Mi manchi dissi. Ma sono contento che tu non sia qui.
Devi promettermi di non escludermi da quello che ti sta succedendo disse lei.
Non lo far.
Ti amo disse.
Ti amo anch'io.
Come sempre dopo che lo avevo detto, mi chiesi se era vero. Poi quella sensazione scivol via.
Certo che era cos, certo che la amavo.
Mi telefoni domani?
Certo. Ciao per adesso.
Ciao. E salutami Yngve.
Riattaccai e andai in cucina, dove Yngve era curvo sul bancone della cucina.
Era Tonje dissi. Ti saluta.
Grazie disse. Risalutamela.
Mi sedetti sul bordo della sedia.
Finiamo qui per stasera?
S, io per lo meno non ce la faccio a fare altro.
Io devo solo fare un salto gi al chiosco. Poi possiamo... s, lo sai. Hai bisogno di qualcosa?
Puoi comprarmi una busta di tabacco? E magari delle patatine o roba simile?
Feci cenno di s con la testa e mi alzai, scesi le scale, mi infilai la giacca, che avevo appeso nel
guardaroba, controllai che la carta di credito fosse nel taschino e mi diedi un'occhiata allo specchio
prima di uscire. Avevo un aspetto stanco. E anche se erano passate delle ore da quando avevo pianto
l'ultima volta, si vedevano ancora le tracce sugli occhi. Non erano rossi, avevano piuttosto qualcosa di
vago e acquoso.
Mi fermai un attimo sulle scale. Mi venne in mente che c'erano molte cose che dovevamo
chiedere alla nonna. Che fino a ora eravamo stati troppo cauti. Quando era arrivata l'ambulanza, per
esempio? Quanto ci aveva messo? Quando erano arrivati era ancora possibile salvargli la vita, c'era
stata una specie di pronto intervento?
Doveva essere salita per il vialetto, con le sirene lampeggianti. L'autista e il medico erano scesi,
prendendo in tutta fretta le loro attrezzature e avevano salito di corsa le scale, fino alla porta, che era
chiusa a chiave? Il portone qui era sempre chiuso a chiave, lei era abbastanza in s da scendere ad
aprire prima che arrivassero? Oppure erano rimasti fuori e avevano dovuto suonare? Cosa aveva detto
loro quando erano entrati?  l dentro? e poi li aveva portati in salotto? Lui era sulla sedia in quel
momento? Era per terra? Avevano tentato di rianimarlo? Massaggio cardiaco, ossigeno, bocca a bocca?
O avevano constatato immediatamente che era morto, oltre ogni speranza di vita e lo avevano
semplicemente messo su una barella per portarlo via, dopo aver scambiato qualche parola con lei?
Non potevamo certo andarcene senza sapere in che circostanze era morto.
Sospirai e cominciai a scendere. Sopra di me il cielo si era aperto. Quella che poche ore prima
era stata una coltre di nuvole unica ma compatta, adesso si estendeva come delle formazioni
paesaggistiche su un abisso, con pianure allungate, pareti scoscese ed erte cime, in alcuni punti bianche
e dense come la neve, in altri grige e dure come pietra, mentre le ampie aree illuminate dal sole che
stava tramontando non splendevano o rilucevano o ardevano rosse, come avrebbero potuto fare, ma
sembravano piuttosto immerse in un fluido. Rosso carminio, rosa scuro, erano sospese sopra la citt,
circondate da tutte le possibili tonalit di grigio. Lo scenario era bello e selvaggio. Tutte le persone
avrebbero veramente dovuto uscire per strada, tutte le macchine avrebbero dovuto fermarsi, le portiere
aprirsi e i conducenti e i passeggeri uscire con le teste alzate e gli occhi scintillanti di curiosit e
desiderio di bellezza, chiedendosi cosa stava succedendo in realt lass sopra le loro teste?
Ma veniva gettato al massimo qualche sguardo lass, forse seguito da qualche osservazione su
come il cielo era bello stasera, perch vedute come quella non erano uniche, anzi, non passava quasi
giorno senza che il cielo si riempisse di fantastiche formazioni di nuvole, ognuna illuminata in maniera
unica e nuova e, dato che ci che si vede sempre  ci che non si vede mai, vivevamo le nostre vite
sotto un cielo in perenne mutamento senza rivolgere a esso neppure un pensiero o uno sguardo. E
perch avremmo dovuto? Se le diverse formazioni avessero avuto un qualche significato, se per
esempio in esse si fossero nascosti segni e messaggi per noi, che dovevano essere interpretati in modo
corretto, una continua attenzione a quello che succedeva lass sarebbe stata inevitabile e comprensibile.
Ma non era cos, le diverse forme e luci delle nuvole non volevano dire niente, il loro aspetto in
momenti diversi dipendeva totalmente dal caso, quindi, se le nuvole erano il segno di qualcosa, era
della mancanza di senso nella sua forma pi pura e completa.
Arrivai alla strada pi grande, dove non c'era nessuno, e scesi verso l'incrocio. Anche qui c'era
aria di domenica. Una coppia di anziani che camminavano sul marciapiede opposto, qualche macchina
che procedeva lentamente gi verso il ponte, il semaforo che diventava di nuovo rosso per nessuno.
Alla fermata dell'autobus vicino al chiosco si ferm una Golf nera e il conducente, un uomo giovane in
pantaloncini corti, sgusci fuori con in mano un portafogli e fece una corsetta dentro il chiosco
lasciando il motore acceso. Me lo ritrovai davanti sulla porta mentre stava uscendo, questa volta con in
mano un gelato. Ma non era un po' infantile? Lasciare la macchina in moto per comprare un gelato?
Il commesso in abbigliamento sportivo del giorno prima era stato sostituito da una ragazza sui
vent'anni. Era paffutella e aveva i capelli neri e dai lineamenti, che avevano qualcosa di persiano,
ipotizzai che il suo paese d'origine doveva essere l'Iran o l'Iraq. Nonostante le guance rotonde e il
corpo pienotto, era bella. Non mi degn neanche di uno sguardo. La sua attenzione era tutta rivolta a
una rivista aperta sul bancone davanti a lei. Aprii lo sportello scorrevole del frigo e presi tre bottigliette
da mezzo litro di Sprite, cercai con lo sguardo le patatine tra gli scaffali, le trovai, ne presi due
sacchetti, le posai sul bancone.
E poi una busta di Tiedemanns Gul con le cartine.
Si volt e prese il tabacco dallo scaffale alle sue spalle.
Rizla? mi chiese, sempre senza guardarmi negli occhi.
S, va bene dissi.
Infil la carta per sigarette arancione sotto la linguetta della busta gialla di tabacco e la poggi
sul bancone mentre con l'altra mano cominciava a battere il prezzo sul registratore di cassa.
Centocinquantasei e cinquanta disse, in dialetto stretto di Kristiansand.
Le porsi due biglietti da cento. Li registr e prese il resto dal cassetto che scivol fuori.
Nonostante che fossi l con la mano tesa, lo mise sul bancone.
Perch? C'era in me qualcosa che aveva visto e non le era piaciuto? O era solo ottusa? 
normale per i commessi guardare i clienti negli occhi prima o poi nel corso della transazione, no? E se
uno tiene la mano tesa, non  quasi un insulto mettere i soldi da un'altra parte? O comunque
un'ostentazione?
La guardai.
Posso avere anche una busta?
Certo disse, si pieg un po' sulle ginocchia e prese una busta di plastica bianca da sotto il
bancone.
Ecco qua.
Grazie dissi, ci misi dentro i miei acquisti e uscii. La voglia di andare a letto con lei, che si
manifest sotto forma di una specie di apertura e morbidezza nel corpo, di una specie di intrico dei
sensi, pi che nella comune forma del desiderio (che pi  forte e pi  intenso), dur per tutto il
tragitto fino a casa, ma non era predominante, perch intorno a esso c'era sempre il dolore, con il suo
cielo grigio e indefinito, che mi sembrava potesse tornare a invadermi completamente da un momento
all'altro.
Erano seduti su in salotto a guardare la televisione. Yngve era seduto sulla sedia di pap. Gir la testa
quando entrai e si alz.
Pensavamo di berci qualcosa dopo aver lavorato per tutto il giorno disse alla nonna. Ne vuoi
uno anche tu?
Mi piacerebbe disse la nonna.
Te ne preparo uno allora disse Yngve. Dunque possiamo andare in cucina?
Volentieri disse la nonna.
Camminava forse un po' pi veloce di quanto aveva fatto prima? Si era forse accesa una piccola
luce nei suoi occhi altrimenti bui?
S, era cos.
Posai un sacchetto di patatine sul bancone, vuotai l'altro in una ciotola, che misi sul tavolo,
mentre Yngve prendeva dagli scaffali una bottiglia di Absolut blu (che era tra la roba da mangiare e che
avevamo dimenticata quando avevamo buttato via tutti gli alcolici che eravamo riusciti a trovare), tre
bicchieri dalle mensole sopra il bancone, un cartone di succo di frutta dal frigorifero e cominci a
preparare da bere. La nonna lo guardava seduta al suo posto.
Allora piace anche a voi prendere qualcosa per tirarvi su la sera disse.
Ma certo disse Yngve. Ci siamo dati da fare per tutto il giorno. Dobbiamo anche rilassarci
un po'!
Sorrise e le porse un bicchiere. Eccoci l seduti tutti e tre intorno al tavolo a bere. Erano quasi le
dieci. Fuori aveva cominciato a fare buio. Non c'era nessun dubbio che l'alcol facesse stare meglio la
nonna. I suoi occhi presto tornarono a brillare come un tempo, le guance pallide e smunte ripresero
colore, i suoi movimenti divennero pi morbidi e, quando ebbe bevuto il primo drink e Yngve gliene
ebbe versato un altro, sembr che anche il suo animo si fosse alleggerito, perch dopo poco rideva e
chiacchierava come ai vecchi tempi. La prima mezz'ora ero come pietrificato, irrigidito per il disagio,
perch era come un vampiro che finalmente aveva trovato altro sangue, lo vedevo, era cos: in lei
riaffiorava la vita, la riempiva, un arto dopo l'altro. Era terribile, terribile. Ma poi sentii l'effetto
dell'alcol anche su di me, i pensieri si attenuarono, la coscienza si apr e il fatto che fosse l a bere e a
ridere due giorni dopo aver trovato suo figlio morto in salotto non sembrava pi sgradevole, non era
cos terribile, era chiaro che ne aveva bisogno; dopo che era stata seduta tutto il giorno immobile sulla
sedia della cucina, a parte le volte che aveva vagato per casa confusa senza trovare un attimo di pace,
sempre muta, era bello vederla riprendere vita. E noi, anche noi ne avevamo bisogno. Dunque eravamo
l, la nonna raccontava delle storie, ridevamo, Yngve aggiungeva qualcosa, ridevamo ancora di pi.
Avevano sempre avuto entrambi un gusto per i giochi di parole, ma mai pi di quella sera erano stati in
sintonia. La nonna dovette asciugarsi le lacrime dagli occhi, io guardai Yngve e dopo un po' nel suo
sguardo, che prima sembrava quasi voler chiedere scusa, non era rimasta altro che gioia. Stavamo
bevendo una pozione magica. Quel liquido lucido dal sapore cos intenso, anche se mischiato con del
succo d'arancia, cambiava il senso della nostra presenza l, tagliando fuori dalla coscienza quello che
era appena successo e aprendo cos la strada a quello che eravamo e che pensavamo al di fuori di quella
situazione, come se venisse illuminato dal basso, perch quello che eravamo e quello che pensavamo
improvvisamente brill caldo e lucente e non ci furono pi ostacoli per noi. La nonna puzzava ancora
di pip, il suo vestito era ancora pieno di macchie di grasso e di cibo, era ancora disgustosamente
magra, aveva sempre vissuto gli ultimi mesi in una tana di topi con suo figlio, nostro padre, che era
sempre morto l per abuso di alcolici e il suo corpo non era ancora del tutto freddo. Ma i suoi occhi
brillavano. La sua bocca rideva. E le mani, che fino allora erano rimaste per lo pi ferme in grembo, se
non erano state perennemente occupate a fumare, ora cominciarono a gesticolare. Davanti ai nostri
occhi ritorn quella di un tempo, leggera, veloce, sempre sul punto di sorridere o di scoppiare in una
risata.
Le storie che raccontava le avevamo sentite prima, ma proprio quello era il loro senso, almeno
per me, perch cos la nonna tornava quella che era stata e anche la vita qui tornava a essere quella che
era stata un tempo. Nessuno di questi aneddoti era divertente di per s, tutto stava nel modo in cui la
nonna li raccontava, perch venivano elevati al ruolo di storie e lei stessa li trovava divertenti. Cercava
sempre i particolari bizzarri nel quotidiano e ogni volta ne rideva allo stesso modo. I figli prendevano
parte a questo, nel senso che le raccontavano sempre delle storielle dalle loro vite di tutti i giorni, di cui
lei rideva e, se erano davvero di suo gusto, le rendeva sue e le faceva entrare nel suo repertorio. Anche i
suoi figli, soprattutto Erling e Gunnar, avevano la stessa attitudine per i giochi di parole. Non era
Gunnar quello che avevano mandato al negozio per comprare una presa multimediale? E un cavo
triassiale? Non era Yngve quello a cui avevano fatto credere che catalitico e smog fossero delle
parolacce terribili e a cui avevano fatto giurare di non pronunciarle mai? Anche pap a volte
partecipava a quel gergo, ma io non lo mettevo mai in relazione con lui; anzi, lo guardavo con stupore
quando lo usava. Che potesse buttarsi su una storia e riderne come riusciva a fare la nonna era
impensabile.
Anche se lo aveva gi raccontato centinaia di volte, era cos dentro a quello che raccontava che
sembrava che stesse succedendo per la prima volta. La risata che ne seguiva era perci totalmente
liberatoria: non c'era neanche l'ombra di qualcosa di calcolato. E dopo aver bevuto un po' e dopo che
l'alcol ebbe illuminato tutto quello che c'era di oscuro dentro di noi, oltre a cancellare lo sguardo sulle
cose esterne, non avevamo difficolt a seguirla su questa strada. Sul tavolo si riversava una risata dopo
l'altra. La nonna tir fuori la sua fiumana di storielle, raccolte in ottantacinque anni di vita, ma non si
ferm l, perch, man mano che l'ebrezza cresceva, calavano le difese e lei port oltre alcune delle
storie gi note, raccont altro su quello che era successo, in un modo che ne cambiava il senso. Per
esempio sapevamo bene che aveva lavorato come autista privata a Oslo agli inizi degli anni Trenta,
faceva parte della mitologia di famiglia, perch non c'erano molte donne che avevano la patente a
quell'epoca, o che lavoravano come autista, a dirla tutta. Aveva risposto a un annuncio, raccont, che
aveva letto sul quotidiano Aftenposten a casa sua a sgrdstrand e aveva visto che il posto era vacante,
aveva scritto una lettera, aveva avuto il lavoro e si era trasferita a Oslo. Quella per cui aveva lavorato
era una donna anziana, eccentrica e ricca. La nonna, poco pi che ventenne, viveva in una stanza della
sua grande villa e la accompagnava in macchina dove voleva andare. La signora aveva un cane, che
aveva l'abitudine di stare affacciato al finestrino e di abbaiare a tutte le persone a cui passavano
accanto e la nonna rideva quando lo raccontava, quanto si era vergognata. Ma c'era anche un altro fatto
che di solito menzionava per far capire esattamente quanto quella vecchia signora doveva essere
eccentrica e probabilmente un po' smemorata. Teneva i suoi soldi un po' dappertutto in casa. C'erano
mazzi di banconote nella credenza della cucina, nelle pentole e nelle teiere, per terra sotto i tappeti,
sotto i cuscini in camera da letto. La nonna di solito rideva e scuoteva la testa quando lo raccontava,
perch dovevamo ricordarci che se ne era appena andata di casa, che veniva da una piccola cittadina,
che questo era il suo primo incontro non solo con il mondo esterno, ma con il gran mondo esterno.
Quella volta, mentre eravamo seduti al tavolo allegro della sua cucina, con le ombre dei nostri volti sui
vetri che stavano diventando scuri e davanti a noi una bottiglia di vodka Absolut, tutto a un tratto
chiese, in modo retorico: Perci che altro potevo fare? D'altra parte era ricca come un pasci, sapete.
E i soldi erano dappertutto. Se qualcosa spariva, non se ne accorgeva mica. Dunque che differenza
poteva farle se ne prendevo un po'?
Hai preso dei soldi? dissi.
S, certo che l'ho fatto. Non erano molti, per lei non erano nulla. E dato che non se ne
accorgeva, che differenza poteva fare? E poi pagava poco! S, era cos, avevo uno stipendio misero.
Perch non solo guidavo la sua macchina, facevo anche un sacco di altre cose, quindi era giusto che
venissi pagata un po' meglio!
Batt la mano sul tavolo. Poi rise.
Ma quel cane, ragazzi! Eravamo uno spettacolo mentre attraversavamo le vie di Oslo. Non
c'erano molte macchine a quei tempi. Ci notavano. Eh, s.
Rise leggermente. Poi sospir.
Eh, s disse. La vida  una lodda disse la vecchia, non riusciva a pronunciare la t. Ah ah ah.
Sollev il bicchiere alle labbra e bevve. Io feci lo stesso. Afferrai la bottiglia e riempii il mio
bicchiere vuoto, guardai Yngve, che mi fece cenno con la testa, e riempii anche il suo.
Ne vuoi ancora un po'? chiesi guardando la nonna.
Volentieri disse lei. Un pochino.
Quando ebbi riempito anche il suo bicchiere, Yngve cominci a versarci il succo di frutta, che
per fin prima che mezzo bicchiere fosse riempito e scosse un po' il cartone.
 vuoto disse e mi guard. Non hai comprato la Sprite?
S dissi. Vado a prenderla.
Mi alzai e andai al frigorifero. Oltre alle mie tre bottiglie, c'era anche quella che Yngve aveva
comprato prima quel giorno.
Questa l'avevi dimenticata? dissi, indicandogliela.
 vero disse Yngve.
La misi sul tavolo e uscii dalla stanza e scesi le scale per andare in bagno. Mi circondavano
quelle stanze buie, grandi e vuote. Ma con il fuoco dell'alcol che mi bruciava in testa non feci affatto
caso a quell'atmosfera che altrimenti mi avrebbe pervaso, perch, anche se non ero proprio felice, mi
sentivo risollevato, avevo il morale alto, con una voglia di andare avanti in questo modo che neppure il
pensiero della morte di pap, che era solo una pallida ombra, presente, ma senza conseguenze, poteva
far vacillare, perch la vita aveva preso il suo posto, con tutte le immagini e le voci e gli avvenimenti
che l'ebrezza inseguiva a una velocit che mi dava l'illusione di trovarmi in un posto con molte
persone e molta allegria. Sapevo che non era cos, avevo la sensazione che fosse cos e le mie
sensazioni erano ci che mi guidava in quel momento, anche mentre calpestavo il tappeto chiazzato che
andava da una parete all'altra al piano terra e che era illuminato solo dalla debole luce che filtrava dal
vetro della porta d'ingresso ed entravo nel bagno, che fischiava e sibilava come aveva fatto per almeno
trent'anni. Quando uscii di nuovo, sentii le loro voci di sopra e mi sbrigai a salire le scale. Feci qualche
passo in salotto, per vedere il posto dove era morto con un altro stato d'animo, pi indifferente. In quel
momento ebbi all'improvviso la percezione di quello che lui era stato l dentro. Non vidi lui, non fu una
cosa del genere, ma percepii lui, tutto il suo essere, come era stato negli ultimi tempi in queste stanze.
Oh, era strano. Ma non volevo indugiare e forse non avrei nemmeno potuto farlo, perch quella
percezione dur solo qualche attimo, poi i pensieri ci affondarono i loro artigli e andai in cucina, dove
tutto era come quando me ne ero andato, a parte il colore dei drink, che ora erano lucidi e pieni di
bollicine biancastre.
La nonna stava raccontando altre cose sul periodo in cui aveva abitato a Oslo. Anche quella
storia apparteneva alla mitologia della nostra famiglia e anche a quella la nonna diede sul finale un
risvolto inaspettato e che non avevamo mai sentito. Quello che sapevo era che la nonna prima era stata
con Alf, il fratello maggiore del nonno. Erano stati loro a formare una coppia all'inizio. I fratelli
studiavano insieme a Oslo, Alf scienze naturali e il nonno economia. Quando la storia con Alf era
finita, la nonna si era sposata con il nonno e si era trasferita a Kristiansand, cosa che aveva fatto anche
Alf, ma sposato con Slvi. Lei aveva avuto la tubercolosi da piccola, uno dei polmoni era danneggiato
e fu malaticcia per tutta la vita, non poteva avere figli e quindi, in et relativamente avanzata, avevano
adottato una bambina dall'Asia. Alla maggior parte dei ritrovi con i parenti a cui avevo preso parte da
piccolo partecipavano Alf con la sua famiglia e i nonni con la loro famiglia, erano quelli che venivano
a farci visita a casa e veniva detto spesso che Alf e la nonna un tempo erano stati insieme, non era un
segreto e, dopo la morte del nonno e di Slvi, la nonna e Alf si vedevano una volta alla settimana, ogni
sabato mattina lei andava a fargli visita, nella villa di Grim, cosa che nessuno trovava strana, ma
qualcuno ne sorrideva senza malizia, perch forse avrebbero dovuto essere loro due a sposarsi.
Adesso la nonna ci raccont della prima volta che aveva incontrato i due fratelli. Alf era stato il
pi estroverso, il nonno il pi introverso, ma entrambi erano chiaramente interessati alla ragazza di
sgrdstrand, perch quando il nonno vide quale piega stava prendendo la cosa con suo fratello, che
l'affascinava con il suo buon umore e il suo spirito, le disse a voce bassa: Ha l'anello in tasca!
La nonna rideva mentre lo raccontava: Come? dissi, anche se avevo sentito bene quello che
aveva detto. Disse un'altra volta: Ha l'anello in tasca! Che anello? chiesi. L'anello di fidanzamento!
disse allora, sapete. Credeva che non avessi capito!
Ma Alf era gi fidanzato con Slvi? chiese Yngve.
Certo che s. Ma lei abitava ad Arendal ed era malaticcia, sapete. Era una cosa che lui non
aveva calcolato. Ma poi fin comunque per sposare lei!
Prese un altro sorso dal bicchiere. Poi si lecc le labbra. Ci fu una pausa e ricadde in se stessa
come aveva fatto parecchie volte negli ultimi due giorni. Rimase seduta con le mani intrecciate
guardando dritto davanti a s. Svuotai il bicchiere e ci versai un altro drink, presi una cartina per le
sigarette, ci misi una striscia di tabacco, la sfregai un po' perch tirasse meglio, ci arrotolai sopra la
carta per qualche volta, poi piegai la punta e la chiusi, leccai la colla, tirai via i fili di tabacco e li rimisi
nella busta, mi infilai in bocca la sigaretta leggermente incurvata e l'accesi con l'accendino verde per
met trasparente di Yngve.
Volevamo andare al Sud, l'inverno che il nonno mor disse la nonna. Avevamo comprato i
biglietti e tutto.
La guardai mentre espiravo il fumo.
La notte che cadde in bagno, sapete... Sentii solo un rumore nel bagno e mi alzai e lui era l per
terra e mi disse che dovevo chiamare l'ambulanza. Dopo averlo fatto, mi sedetti per tenergli la mano,
mentre aspettavamo che l'ambulanza arrivasse. E lui disse: Ce ne andremo al Sud comunque. E io
pensai:  un altro Sud quello dove andrai!
Rise, ma guardando in basso.
 un altro Sud quello dove andrai! ripet.
Ci fu silenzio a lungo.
Ohh fece poi. La vida  una lodda disse la vecchia, non riusciva a pronunciare la t.
Sorridemmo. Yngve spost un po' il suo bicchiere, fissando il tavolo. Non volevo che lei
pensasse alla morte del nonno o di pap e cercai di far prendere alla conversazione un'altra piega,
ricollegandomi a quello di cui aveva parlato prima.
Ma siete venuti a stare qui, quando vi siete trasferiti a Kristiansand? chiesi.
Oh, no disse lei. Pi su, in Kuholmsveien. Questa casa l'abbiamo comprata dopo la guerra.
S, in verit abbiamo comprato solo il terreno. Era un bel terreno, uno dei migliori di Lund, perch
avevamo una bella vista, sapete. Sul mare e sulla citt. E cos in alto che nessuno vedeva noi. Ma
quando lo comprammo c'era un'altra casa qui. O forse chiamarla casa  un po' troppo. Ah ah ah. Era
una vera catapecchia. Quelli che vivevano qui erano due uomini, per quanto mi ricordo, s, erano due
uomini... bevevano in verit. E la prima volta che venimmo qui a vedere la casa, me lo ricordo bene,
c'erano bottiglie dappertutto! Nell'ingresso quando entrammo, su per le scale, in salotto, in cucina.
Dappertutto! In qualche punto erano cos fitte che non si riusciva a camminare. Quindi la prendemmo a
buon prezzo. La casa la demolimmo e poi costruimmo questa. Non c'era neppure un giardino, solo
roccia, una catapecchia sulle rocce, questo  quello che avevamo comprato.
Allora ci hai messo molto tempo per sistemare il giardino?  dissi.
Oh, s, puoi capire. Oh, s, s. I susini qui fuori, sapete, li presi dalla casa dei miei genitori a
sgrdstrand. Sono davvero vecchi. Non se ne vedono pi molti di questo tipo.
Ricordo che di solito portavamo delle borse di susine a casa disse Yngve.
Anch'io dissi.
Fanno ancora frutti? chiese Yngve.
S, credo di s disse la nonna. Forse non quanto prima, ma...
Afferrai la bottiglia, che ora era quasi mezza vuota e versai di nuovo da bere nel mio bicchiere.
Che alla nonna non venisse in mente che ora il cerchio si era chiuso, con quello che era successo qui,
non era forse cos strano, pensai. Asciugai una goccia sul collo della bottiglia con il pollice e la leccai,
mentre la nonna all'altro capo del tavolo apriva la busta del tabacco e ne metteva un pizzico nella
macchinetta per rollarlo. Perch non importava a quali eccessi fosse arrivata la sua vita negli ultimi
anni, questo costituiva solo una minuscola parte insignificante di tutto ci che lei aveva vissuto.
Quando guardava pap, vedeva quello che lui era stato da neonato, da bambino, da ragazzo, da adulto,
con quello sguardo coglieva tutto il suo modo di essere e le sue caratteristiche, perci, se lui se la
faceva addosso mentre era sdraiato sul suo divano, quel momento era cos breve e lei cos vecchia che
non aveva abbastanza peso per diventare quella l'immagine che contava, in confronto a tutta la
preponderante collezione di tempo passato con lui che lei aveva immagazzinato. Lo stesso valeva per la
casa, mi sembrava di capire. La prima casa con le bottiglie era solo la casa con le bottiglie, mentre
questa casa era la sua casa, il posto in cui aveva passato gli ultimi quarant'anni e, anche se era pieno di
bottiglie, non poteva mai essere la stessa cosa.
Oppure era solo che era cos ubriaca da non riuscire pi a pensare in maniera chiara? In questo
caso lo nascondeva bene, perch, a parte il fatto che era rifiorita, c'erano pochi segni di ubriachezza nel
suo comportamento. D'altro canto io non ero certo la persona giusta per dare un qualsivoglia tipo di
giudizio. Spronato dalla luce sempre pi scintillante dell'alcol, che lasciava sempre pi liberi i miei
pensieri, avevo iniziato a ingozzarmi di drink, quasi come se fossero stati succo di frutta.
Dopo aver riempito il bicchiere di Sprite, afferrai la bottiglia di Absolut, che mi impediva di
vedere la nonna e la misi sul davanzale della finestra.
Ma che fai! disse Yngve.
Metti la bottiglia sulla finestra! disse la nonna.
Arrossito e confuso, afferrai la bottiglia e la rimisi sul tavolo.
La nonna cominci a ridere.
Ha messo la bottiglia della vodka sulla finestra!
Anche Yngve rideva.
Ovviamente i vicini devono vedere che siamo qui a bere!  disse.
S, certo dissi io. Non ci ho pensato.
No davvero! disse la nonna asciugandosi le lacrime che le erano venute per le risate. Ah ah
ah!
In questa casa, dove si era sempre stati cos attenti a non lasciar penetrare gli sguardi altrui, si
era sempre stati cos attenti a essere irreprensibili in tutto ci che appariva all'esterno, dai vestiti al
giardino, dalla facciata della casa alla macchina e al comportamento dei bambini, mettere una bottiglia
di vodka sulla finestra, pienamente illuminata da dentro, era la cosa pi inconcepibile che si potesse
immaginare. Era per questo che loro, e dopo un po' anch'io, ridevano in quel modo.
La luce era grigio-blu nel cielo sopra il colle dall'altro lato della strada, che si poteva a
malapena scorgere tra il riflesso della cucina, dove noi sembravamo tre figure sottomarine. Quella fu
una notte davvero buia. Yngve aveva cominciato a parlare in modo leggermente meno chiaro. Chi non
lo conosceva, non lo avrebbe notato. Ma io s, perch diventava sempre cos quando beveva, prima un
po' meno chiaro, poi parlava sempre pi con il naso, finch, verso la fine della sbornia, nell'attimo
prima di spegnersi, quasi non si capiva affatto. Per me la scarsa chiarezza che era la conseguenza della
sbornia era prima di tutto un fenomeno interiore, ed era un problema, perch se non si vedeva che ero
infinitamente ubriaco, dato che camminavo e parlavo quasi come al solito, non avevo neppure nessuna
scusa per tutto quello che poteva sfuggirmi in seguito, sotto forma di parole o di gesti. Inoltre, per
questo motivo, la mia ebrezza era sempre maggiore, perch la sbornia non veniva bloccata n dal
sonno, n da problemi di coordinazione, ma andava avanti, verso qualcosa di terso, vuoto e primitivo.
Lo adoravo, adoravo quella sensazione, era la sensazione migliore che avevo, ma non portava mai
niente di buono con s e il giorno seguente, o i giorni seguenti, era connessa in modo altrettanto stretto
con il senso di infinito cos come con la stupidit, cosa che odiavo profondamente. Ma quando mi ci
ritrovavo in mezzo il futuro non esisteva, e neppure il passato, solo quell'istante, ed era per quello che
mi piaceva tanto, perch il mio mondo, in tutta la sua insopportabile banalit, brillava.
Mi voltai a guardare l'orologio sulla parete. Erano le undici e trentacinque. Poi guardai Yngve.
Sembrava che avesse sonno. Gli occhi erano stretti e un po' arrossati agli angoli. Il suo bicchiere era
vuoto. Speravo che non pensasse di andare a letto! Non potevo restare qui da solo con la nonna.
Ne vuoi ancora un po'? chiesi indicando la bottiglia sul tavolo.
Noo, magari un altro, s disse. Ma  l'ultimo. Dobbiamo alzarci presto domattina.
Eh? dissi. Perch mai?
Abbiamo un appuntamento alle nove, non te lo ricordi? 
Mi battei una mano sulla fronte, un gesto che probabilmente non avevo pi fatto dai tempi del
liceo.
Ma non ci sono problemi dissi. Basta alzarsi in tempo .
La nonna ci guard.
Avrebbe chiesto dove dovevamo andare! pensai. La parola impresario di pompe funebri
avrebbe sicuramente rotto l'incanto. E allora saremmo di nuovo stati l come una madre che ha perso
suo figlio e due ragazzi che hanno perso il padre.
Per non osavo chiedere se ne voleva ancora. C'erano dei limiti che avevano a che fare con la
decenza e li avevamo oltrepassati da tempo. Presi la bottiglia e versai da bere nel bicchiere di Yngve,
poi nel mio. Ma dopo averlo fatto, incrociai lo sguardo di lei.
Ne vuoi un altro? sentii che chiedevo.
Un pochino, magari disse. Si  fatto tardi.
S,  tardi sulla terra dissi.
Come? disse la nonna.
Ha detto che  tardi sulla terra disse Yngve.  una citazione famosa.
Perch aveva detto cos? Voleva rimettermi al mio posto? Oh, caspita, era una cosa stupida da
dire. Tardi sulla terra ...
Karl Ove pubblicher presto un libro disse Yngve.
Davvero? disse la nonna.
Annuii.
Ma s, ora che me lo dici, l'avevo sentito.  stato Gunnar a dirmelo, mi pare. Senti, senti. Un
libro, tu.
Port il bicchiere alla bocca e bevve. Feci lo stesso. Era solo una mia impressione, o i suoi
occhi si erano oscurati di nuovo?
Allora non abitavate qui durante la guerra? chiesi prendendo un altro sorso.
No, ci siamo trasferiti qui solo dopo la guerra, qualche anno pi tardi. Durante la guerra
vivevamo l disse, indicando dietro di s.
E com'era? chiesi. Durante la guerra, intendo.
Be', era pi o meno come sempre, sai. Era un po' pi difficile trovare da mangiare, ma per il
resto non c'erano grosse differenze. I tedeschi erano persone comuni, come noi. Facemmo conoscenza
con alcuni di loro, sapete. Andammo laggi a far loro visita anche dopo la guerra.
In Germania?
S, s. E quando se ne dovettero andare, nel maggio del 1945, ci telefonarono e dissero che
potevamo andare a prendere diverse cose che avevano lasciato, se volevamo. Ci diedero gli alcolici
migliori. E una radio. E molto altro.
Che avevano ricevuto dei regali dai tedeschi prima della resa, l'avevo gi sentito dire prima. Ma
che i tedeschi glieli avevano portati a casa.
Li avevano lasciati? chiesi. Ma dove?
In una pietraia da qualche parte disse la nonna. Telefonarono e ci dissero dove li potevamo
trovare con esattezza. Poi una sera ci andammo ed erano l, proprio come avevano detto. Erano gentili,
questo  sicuro.
Il nonno e la nonna si erano arrampicati in una petraia una sera di maggio del 1945, in cerca
delgli alcolici dei tedeschi?
La luce di un paio di fari scivol attraverso il giardino e per qualche secondo colp la parete
sotto la finestra, finch la macchina non ebbe completato la curva e non fu sparita lentamente nel vicolo
sottostante. La nonna si sporse verso la finestra.
Chi pu essere a quest'ora? disse.
Sospir e si rimise a sedere sulla sedia, con le mani in grembo. Ci guard.
 un bene che siate qui, ragazzi disse.
Ci fu una pausa. La nonna bevve un altro sorso.
Ti ricordi di quando abitavi qui? disse tutto a un tratto guardando Yngve con occhi affettuosi.
Quando vostro padre venne a prenderti si era fatto crescere la barba e tu corsi su per le scale e gridasti:
Non  pap!' Ah ah ah! Non  pap!'... Era cos divertente averti qui, davvero.
Me lo ricordo bene disse Yngve.
E poi c'era quella volta che ascoltavamo il programma Nitimen e parlavano del proprietario
del pi vecchio cavallo norvegese. Te lo ricordi? Pap, hai la stessa et del cavallo pi vecchio della
Norvegia!' dicesti.
Chin la testa in avanti mentre rideva e si sfreg gli occhi con le nocche dell'indice.
E tu disse guardandomi, ti ricordi quando eri da solo con noi nella casa di campagna?
Feci cenno di s con la testa.
Una mattina ti trovammo seduto sulle scale a piangere e quando ti chiedemmo perch stavi
piangendo, dicesti: Sono cos solo'. Avevi solo otto anni, sai!
Era l'estate in cui pap e mamma erano andati in vacanza in Germania. Yngve era andato a
Srbvg, dai nonni materni e io ero venuto qui, a Kristiansand. Cosa ricordo di allora? La distanza con
il nonno e la nonna era troppo grande. Io arrivai all'improvviso nella loro vita di tutti i giorni. Erano
pi estranei del solito, perch non c'era nessuno o niente che poteva fare da tramite tra noi. Una mattina
era caduto un insetto nel latte e io non volevo berlo, la nonna disse che non dovevo fare tanto lo
schizzinoso, bastava toglierlo, certe cose succedevano quando si viveva nella natura. La sua voce era
dura. E io bevvi il latte, nauseato. Perch avevo conservato proprio quel ricordo? E nessun altro? Ce ne
dovevano essere altri? Ma s: mamma e pap mi spedirono una cartolina con la foto del Bayern
Mnchen. Quanto l'avevo aspettata e quanto fui felice quando alla fine arriv! E i regali quando infine
tornarono a casa: un pallone da calcio giallo e rosso per Yngve, uno verde e rosso per me. Quei colori...
Oh, la sensazione di felicit che mi avevano dato...
Un'altra volta eri qui sulle scale e mi chiamavi gridando  disse la nonna guardando Yngve.
Nonna, sei di sopra o di sotto?' Io risposi: Di sotto' e tu gridasti: Perch non sei di sopra?'.
Rise.
S, era molto divertente... Quando vi trasferiste a Tybakken, andavi a bussare alle porte dei
vicini per chiedere se l vivevano bambini. Vivono dei bambini qui?' chiedevi. Ah ah ah!
Quando la risata si spense, rimase a sedere e si schiar un po' la voce mentre si rollava un'altra
sigaretta con la macchinetta. L'estremit della cartina era vuota e fece una fiamma quando la accese
con l'accendino. Un piccolo pezzo di cenere cadde sul pavimento. Poi il fuoco arriv al tabacco e si
ridusse a una scintilla, che si illuminava sempre di pi ogni volta che scuoteva il filtro.
Ma ora siete adulti disse. Ed  cos strano. Sembra ieri che eravate piccoli...
Mezz'ora dopo andammo a letto. Io e Yngve sparecchiammo, riponemmo la bottiglia di alcol nel
mobile sotto il lavello, svuotammo il posacenere e mettemmo i bicchieri nella lavastoviglie, mentre la
nonna restava seduta a guardarci. Alla fine si alz anche lei. Un po' di pip scivol gi dalla sedia,
senza che se ne accorgesse. Uscendo si appoggi allo stipite della porta, prima a quello della cucina,
poi a quello dell'ingresso.
Allora buonanotte! dissi.
Buonanotte, ragazzi disse lei sorridendo. Continuai a osservarla e vidi che il sorriso
scompariva nello stesso istante in cui si voltava e cominciava a scendere le scale.
Eh s dissi un minuto dopo, quando ci trovavamo nella stanza di sopra.  finita.
S disse Yngve. Si sfil la maglia, la appoggi allo schienale della sedia, si tolse i pantaloni.
Riscaldato dall'alcol, avevo voglia di dirgli qualcosa di carino. Tutti gli spigoli si erano smussati, non
esisteva nessun problema, tutto era semplice.
Che giornata disse.
S, puoi ben dirlo dissi.
Si sdrai sul letto e tir su il piumone.
Buonanotte, allora disse.
Buonanotte dissi. E dormi bene.
Andai all'interruttore che si trovava accanto alla porta e spensi la luce. Mi sedetti sul letto. Non
avevo nessuna voglia di dormire. Per un attimo mi venne la pazza idea di uscire. Mancavano ancora un
paio d'ore prima che i locali notturni chiudessero. Ed era estate, la citt era piena di gente,
probabilmente c'era anche qualcuno che conoscevo.
Ma poi arriv il sonno. All'improvviso l'unica cosa che volevo era dormire. All'improvviso
riuscivo a malapena a sollevare un braccio. Il pensiero di doversi spogliare era insostenibile, quindi mi
sdraiai sul letto con indosso i vestiti e tutto quanto, chiusi gli occhi e caddi nella dolce luce dentro di
me. Ogni piccolo movimento, anche solo muovere un mignolo, mi provocava una puntura allo stomaco
e, quando un attimo dopo mi addormentai, fu con un sorriso sulle labbra.
Mentre ero ancora immerso nel sonno, gi sentivo che fuori mi aspettava qualcosa di terribile. Perci,
quando giunsi a uno stato di quasi-coscienza, cercai di invertire la rotta e di ritornare al sonno e
sicuramente ci sarei riuscito, se non fosse stato per l'insistenza della voce di Yngve e per la
consapevolezza che quella mattina dovevamo andare a un incontro importante.
Aprii gli occhi.
Che ore sono? chiesi.
Yngve era gi sulla soglia completamente vestito. Pantaloni neri, camicia bianca, giacca nera. Il
suo viso sembrava gonfio, gli occhi erano stretti, i capelli arruffati.
Le otto e quaranta disse. Alzati che dobbiamo andare .
Oh, accidenti dissi.
Mi alzai a sedere e sentii che la sbornia ancora non era passata.
Io intanto scendo disse. Sbrigati.
L'avere addosso i vestiti del giorno prima mi diede una forte sensazione di disagio, che crebbe
quando mi ricordai cosa avevamo fatto. Me li tolsi. C'era una pesantezza in tutti i miei movimenti,
anche solo alzarsi e restare in piedi costava fatica, per non parlare di alzare un braccio per afferrare la
camicia che era appesa alla gruccia sopra l'anta dell'armadio. Ma dovevo, non c'era altro modo se non
farlo e basta. Infilare il braccio destro, poi il sinistro, abbottonare prima i bottoni delle maniche, poi
quelli davanti. Perch diavolo lo avevamo fatto? Come potevamo essere cos stupidi? Io non lo volevo,
in effetti era l'ultima cosa che volevo, stare qui, proprio qui, a bere, con lei. E invece era proprio quello
che avevo fatto. Come era possibile? Come diavolo era mai possibile?
Era una cosa indecente.
Mi inginocchiai davanti alla valigia e frugai tra gli strati di vestiti, finch non trovai i pantaloni
neri, che infilai stando seduto sul letto. E come si stava bene seduti! Ma dovevo pur rialzarmi, per finire
di infilarmi i pantaloni, per prendere la giacca e mettermela, per andare gi in cucina.
Quando riempii il bicchiere e bevvi, avevo la fronte sudata. Chinai la testa e la bagnai sotto il
gettito dell'acqua del rubinetto. In parte mi rinfresc, in parte fece s che i capelli, che erano corti, ma
comunque scompigliati, assumessero un aspetto migliore.
Con l'acqua che mi gocciolava sul collo e il corpo pesante come un sacco, scesi nell'ingresso e
fuori sulle scale, dove Yngve mi aspettava insieme alla nonna. Con una mano giocherellava con le
chiavi della macchina.
Hai una gomma da masticare? chiesi. Non ho fatto in tempo a lavarmi i denti.
Non puoi fare a meno di lavarti i denti proprio oggi disse Yngve. Se ti sbrighi ce la fai.
Aveva ragione. Probabilmente sapevo di sbornia e non si pu sapere di sbornia in un'impresa di
pompe funebri. Ma a sbrigarmi non ci riuscivo. Nell'ingresso al primo piano dovetti fare una pausa,
appoggiarmi alla ringhiera, era come se anche la volont fosse fiacca. Dopo aver preso lo spazzolino e
il dentifricio sul tavolino accanto al letto, mi lavai i denti in tutta fretta davanti al lavello della cucina.
Avrei dovuto lasciare l il tubetto e lo spazzolino e correre di sotto, ma qualcosa dentro di me mi disse
che non andava bene, il tubetto del dentifricio e lo spazzolino non potevano stare in cucina, dovevano
essere riportati su in camera da letto e cos passarono altri due minuti. Quando arrivai di nuovo fuori
sulle scale, mancavano quattro minuti alle nove.
Allora andiamo disse Yngve e si volt verso la nonna. Non ci vorr molto. Torniamo
presto.
Va bene disse lei.
Mi sedetti in macchina, allacciai la cintura di sicurezza. Yngve si lasci cadere sul sedile
accanto a me, infil la chiave nel cruscotto, la gir, si volt e inizi a fare marcia indietro lungo la
breve discesa. Feci un cenno di saluto alla nonna e lei lo ricambi. Quando entrammo a marcia indietro
nel vicolo e non fui pi in grado di vederla, mi chiesi se fosse rimasta l in piedi come al suo solito,
perch quando procedemmo di nuovo in avanti, potemmo di nuovo vederci un'ultima volta e
concludere il saluto con un ultimo cenno della mano, prima che lei si voltasse ed entrasse in casa e noi
proseguissimo sulla strada.
Era l. Io le feci un cenno con la mano, lei lo fece a me e poi entr in casa.
Voleva venire con noi anche oggi? chiesi.
Yngve annu.
Dobbiamo fare come le abbiamo detto. Non metterci molto tempo. Anche se mi piacerebbe
sedermi da qualche parte in un caff per un po'. O andare in qualche negozio di dischi.
Spinse verso il basso l'indicatore della freccia con l'indice sinistro, mentre cambiava marcia e
guardava in su verso destra. Non c'era nessuno.
Come ti senti? chiesi.
Del tutto okay disse Yngve. E tu?
Sto sentendo i postumi dissi. In realt sono ancora un po' sbronzo.
Mi lanci uno sguardo mentre entrava sulla strada.
Eh, gi, uffa disse.
Non  stata una bella cosa dissi.
Fece un leggero sorriso, scal di nuovo marcia, si ferm appena prima della linea bianca. Un
uomo anziano dai capelli bianchi, magro come un chiodo e con un grosso naso stava attraversando
sulle strisce pedonali davanti a noi. Gli angoli della sua bocca erano piegati verso il basso. Le labbra
erano di un rosso scuro. Guard prima su verso l'altura alla mia destra, poi in basso verso la fila di
negozi dall'altro lato della strada, per poi rivolgere lo sguardo a terra, probabilmente per assicurarsi di
dove si trovava il bordo del marciapiede. Fece tutto questo come se fosse completamente solo. Come se
non prendesse in considerazione gli sguardi degli altri. Era cos che Giotto dipingeva le persone.
Sembrava che non si rendessero mai conto che qualcuno li stava guardando. Era l'unico a raffigurare
quell'aurea indifesa che questo conferiva loro. Probabilmente era una caratteristica dell'epoca, perch
le generazioni successive di pittori italiani avevano sempre inserito la consapevolezza dello sguardo nei
loro dipinti. Questo li rendeva meno ingenui, ma anche meno rivelatori.
Dal lato opposto arriv di fretta una giovane donna dai capelli rossi con un passeggino. La luce
pedonale divenne rossa in quel momento, ma lei guard il semaforo per le auto che era ancora rosso e
si arrischi ad attraversare, un attimo dopo passava correndo davanti a noi. Suo figlio, di forse un anno,
con le guanciotte piene e la bocca piccola, si era drizzato nel passeggino e si guardava intorno un po'
disorientato mentre ci passavano davanti.
Yngve lasci andare la frizione e diede gas con cautela per attraversare l'incrocio.
Siamo gi in ritardo di due minuti dissi.
Lo so disse. Ma se troviamo subito un posto per parcheggiare non dovrebbe essere un
problema.
Quando arrivammo sul ponte guardai il cielo sopra il mare. Era coperto, in alcuni punti in modo
cos leggero che il bianco aveva in s una sfumatura di blu, come se una pellicola semitrasparente si
fosse distesa su di esso, in altri punti era pi pesante e scuro, con delle chiazze grigie i cui margini si
spostavano come fumo verso il bianco. Dove c'era il sole, la coltre di nuvole era giallastra. Ma non era
tanto forte, la luce sotto al cielo era comunque attutita e sembrava provenire da ogni direzione. Era uno
di quei giorni in cui niente getta ombre, in cui sembra che tutto rimanga chiuso in se stesso.
 stasera che te ne vai? chiesi.
Yngve annu.
Ah, eccone uno! disse.
Subito dopo accost al marciapiede, spense il motore e tir il freno a mano. L'impresa di pompe
funebri era dal lato opposto della strada. Avrei preferito un avvicinamento pi lento, potermi
prepararmi a quello che ci aspettava, ma non potevo farci niente, l'unica cosa da fare era andare.
Scesi, chiusi la portiera e seguii Yngve attraverso la strada. Nella sala d'attesa la signora dietro
il bancone ci sorrise e disse che potevamo entrare subito.
La porta era aperta. Il corpulento impresario di pompe funebri si alz dalla sedia dietro alla
scrivania quando ci vide, si fece avanti e ci strinse la mano con un sorriso cordiale sulle labbra, ma non
troppo caloroso, viste le circostanze.
Eccoci di nuovo qui disse. Con la mano indic le due sedie. Accomodatevi!
Grazie dissi.
Sicuramente avete riflettuto un po' sul funerale durante il fine settimana disse mettendosi a
sedere, prese un mucchietto di fogli che stava davanti a lui sulla scrivania e cominci a cercare.
S, ci abbiamo pensato disse Yngve. Pensavamo a un funerale in chiesa.
Bene disse l'impresario. Allora vi dar il numero di telefono dell'ufficio del prete. Noi ci
occupiamo di tutti i dettagli pratici, ma pu comunque essere una buona idea che voi scambiate con lui
qualche parola di persona. In fondo dovr fare un discorso su vostro padre e quindi sarebbe bene se voi
poteste raccontargli qualcosa di lui.
Sollev lo sguardo verso di noi. Le pieghe del mento gli ricadevano sul colletto della camicia
come la pelle di un lucertolone. Annuimmo.
In fondo ci sono tanti modi di farlo continu. Ho qui una lista con diverse alternative. Ma si
tratta per esempio di cose come se volete della musica e in tal caso di che tipo. Alcuni vogliono musica
dal vivo, altri la preferiscono registrata. Ma abbiamo un cantore di chiesa di cui ci serviamo spesso,
suona anche diversi strumenti... La musica dal vivo crea un'atmosfera particolare, un senso di decoro o
di dignit... Non so, avete pensato a cosa volete?
Incrociai lo sguardo di Yngve.
Magari sarebbe bello, no? dissi.
Certo disse Yngve.
Allora facciamo cos?
Perch no?
Allora  deciso? chiese l'impresario.
Annuimmo.
Allung la mano sul tavolo e porse un foglio a Yngve.
Qui ci sono delle alternative per quanto riguarda la musica. Ma se avete delle richieste precise
oltre a queste non ci sono problemi, se solo possiamo saperlo con qualche giorno d'anticipo.
Mi chinai leggermente verso di lui e Yngve spost un po' il foglio di modo che potessi vederlo
anch'io.
Forse Bach potrebbe andar bene disse Yngve.
S, in fondo gli piaceva dissi.
Per la prima volta dopo un giorno intero cominciai di nuovo a piangere.
Non ci pensavo neanche a usare uno dei suoi dannati fazzoletti Kleenex e mi sfregai alcune
volte gli occhi nell'incavo del gomito, inspirai profondamente e lasciai andare lentamente l'aria. Notai
che Yngve mi aveva lanciato una rapida occhiata.
Era imbarazzato perch piangevo?
No, non era possibile.
No.
Va tutto bene dissi. Dove eravamo rimasti?
Bach potrebbe andare bene disse Yngve guardando l'impresario di pompe funebri. La
sonata per violoncello, per esempio...
Guard me.
Sei d'accordo?
Annuii.
Allora quello disse l'impresario. Di solito ci sono tre intermezzi musicali. E poi uno o due
salmi cantati da tutti.
Dolce  la terra dissi. Possiamo scegliere quello?
Certamente disse.
Ooohhh. Ooohhh. Ooohhh.
Va tutto bene, Karl Ove? chiese Yngve.
Feci cenno di s con la testa.
Ci mettemmo d'accordo su due canzoni che avrebbe cantato il cantore della chiesa e poi su un
altro salmo da cantare insieme, oltre al pezzo per violoncello e a Dolce  la terra. Decidemmo anche
che nessuno avrebbe tenuto un discorso vicino alla bara e con questo avevamo finito di programmare la
cerimonia, dato che gli altri elementi facevano parte della liturgia e dunque erano fissi.
Volete dei fiori? Delle corone, per esempio? Molti pensano che contribuisca a creare
l'atmosfera. Ho qui delle alternative, se volete vederle...
Porse a Yngve un altro foglio. Yngve indic una delle alternative e mi guard, io annuii.
Allora va bene disse l'impresario. E poi c' la bara... Abbiamo qui diverse foto...
Attraverso il tavolo ci arriv un altro foglio.
Bianca dissi. Per te va bene? Questa.
S, possiamo prendere questa disse Yngve.
L'impresario afferr il foglio e prese nota. Poi alz di nuovo lo sguardo verso di noi.
Avevate chiesto di vederlo esposto oggi?
S disse Yngve. Sarebbe meglio nel pomeriggio, se pu andar bene.
Ovviamente va bene. Ma... S, sapete in quali circostanze  morto? Che c'era di mezzo...
l'alcol?
Facemmo cenno di s con la testa.
Bene disse. A volte pu essere un bene che uno sia preparato a ci che lo aspetta in simili
situazioni.
Rimise insieme i fogli e li sistem sbattendoli sul tavolo.
Sfortunatamente oggi non ho la possibilit di ricevervi io. Ma ci sar il mio collega. Alla
cappella della chiesa di Oddernes, sapete dov'?
Credo di s dissi.
Alle quattro pu andar bene?
S, va bene.
Allora restiamo d'accordo cos. Alle quattro alla cappella della chiesa di Oddernes. E se
dovesse venirvi in mente qualcosa o se doveste cambiare idea su qualcosa, basta che mi telefoniate.
Avete il mio numero?
S disse Yngve.
Bene. Ma, oh, c' ancora una cosa. Desiderate mettere un necrologio sul giornale?
Lo mettiamo, no? dissi guardando Yngve.
S disse lui. Dobbiamo metterlo.
Ma forse  meglio pensarci un po' dissi. Decidere cosa scriverci, quali nomi metterci e cose
simili...
Va bene disse l'impresario. Basta che veniate qui o mi telefoniate quando ci avrete pensato.
Ma preferibilmente non troppo tardi, possono passare alcuni giorni prima che il giornale lo pubblichi.
Posso telefonarle domani dissi. Va bene?
Perfetto disse e si alz, con in mano un altro foglio. Qui ci sono il numero di telefono e
l'indirizzo dell'ufficio del prete. Non so chi di voi vuole averlo.
Posso prenderlo io dissi.
Quando uscimmo e ci fermammo sul marciapiede accanto alla macchina, Yngve tir fuori un
pacchetto di sigarette e me le offr. Annuii e ne presi una. In realt il pensiero di fumare adesso era
ripugnante (come sempre il giorno dopo che avevo bevuto, perch il fumo, non tanto il sapore o
l'odore, quanto quello che rappresentava, creava un legame tra la giornata odierna e quella precedente,
una specie di ponte di sensazioni su cui tutte le immagini possibili cominciavano a scorrere, cosicch le
cose che avevo intorno a me, l'asfalto nero-grigio, le lastre di cemento grigio chiaro lungo i bordi del
marciapiede, il cielo grigio, gli uccelli che veleggiavano sotto di esso, le finestre nere nella fila di case,
la macchina rossa che avevamo accanto, la figura di spalle di Yngve, venivano schiacciate dalle
immagini interiori che mi passavano davanti), ma al contempo nella sensazione di distruzione e
annientamento che d il fumo nei polmoni c'era qualcosa di cui avevo bisogno, o che volevo.
In fondo  andata bene dissi.
Ci sono comunque una serie di cose che dobbiamo sistemare  disse. O meglio, che tu devi
sistemare. Come per esempio il necrologio. Ma basta che mi chiami per parlarne .
Mmm feci.
A proposito, hai fatto caso alla parola che ha usato? disse Yngve. Esposto?
Sorrisi.
S. Ma in questo tipo di impresa c' anche qualcosa di imprenditoriale. Il loro lavoro  curare
il pi possibile le apparenze e ricavarne il massimo dei profitti. Hai visto quanto costavano le bare?
Yngve annu.
No, non si pu certo badare a spese l dentro disse.
 un po' come comprare del vino in un ristorante dissi. Per chi non  un intenditore,
ovviamente. Chi ha molti soldi, prende il secondo pi caro del menu. Chi ha pochi soldi, prende il
secondo meno caro. Mai il pi caro e mai quello pi a buon mercato. Sicuramente  cos anche con le
sue bare.
A proposito, eri molto convinto l dentro disse Yngve. Sul fatto che doveva essere bianca,
voglio dire.
Mi strinsi nelle spalle e gettai la sigaretta accesa per strada.
Purezza dissi. Era senz'altro questo quello a cui stavo pensando.
Yngve lasci cadere la sua sigaretta per terra e la calpest, apr la portiera e si mise a sedere.
Feci lo stesso.
Non mi va di vederlo disse Yngve. Si allacci la cintura di sicurezza con una mano mentre
con l'altra infilava la chiave nel cruscotto e la girava. E a te?
No. Ma devo farlo. Se non lo faccio non capir mai che  veramente morto.
Lo stesso vale per me disse Yngve, guardando lo specchietto. Poi mise la freccia e part.
Allora adesso andiamo a casa? chiesi.
Ci sarebbero quelle macchine dissi. Quella per pulire i tappeti e il tosaerba. Sarebbe bene
riuscire a farlo prima che tu te ne vada.
Sai dov', allora?
No, questo  il problema dissi. Gunnar ha detto che c' una ditta che affitta a Grim, ma non
ho l'indirizzo preciso .
Okay disse Yngve. Dobbiamo trovare un elenco telefonico e poi cercare sulle pagine gialle.
Sai se c' una cabina telefonica qui nei dintorni?
Scossi la testa.
Ma c' un benzinaio in fondo a Elvegaten, possiamo provare l.
Va bene disse Yngve. Devo comunque fare il pieno prima di andare via stasera.
Un minuto dopo stavamo entrando nel distributore di benzina. Yngve parcheggi davanti alla
pompa della benzina e mentre faceva il pieno io entrai nel negozio. C'era un telefono al muro e sotto
tre scomparti con degli elenchi telefonici. Dopo aver trovato l'indirizzo della ditta e averlo
memorizzato andai alla cassa per comprare una busta di tabacco. L'uomo che era in fila davanti a me si
volt quando arrivai.
Karl Ove? disse. Sei tu?
Lo riconobbi. Eravamo insieme al liceo. Ma non ricordavo il nome.
Ciao, ne  passato di tempo dissi. Come stai?
Bene! E tu?
Ero sorpreso dal tono cordiale. Prima dell'esame di maturit avevo trovato una casa per conto
mio e lui ci era stato, si era comportato in modo aggressivo, aveva preso a calci la porta del bagno
rompendola. Poi si era rifiutato di pagare e io non avevo potuto farci niente. Un'altra volta aveva fatto
da autista per uno dei pullman degli studenti dell'ultimo anno e io ero seduto sul tetto, insieme a Bjrn
mi sembra, stavamo andando al Fun Center e all'improvviso, sulla salita dopo l'incrocio di Timenes,
aument la velocit, noi fummo costretti a sdraiarci e ad afferrare le sbarre del portabagagli, guidava
come minimo a settanta, forse ottanta e quando arrivammo rise, anche mentre gli stavamo facendo una
partaccia.
Dunque perch adesso era cos gentile?
Lo guardai negli occhi. Il viso era forse un po' pi pieno, per il resto aveva lo stesso aspetto di
prima. Ma c'era qualcosa di rigido nei suoi lineamenti, una specie di mancanza di mobilit che il
sorriso, invece di addolcire, intensificava.
Cosa fai? chiesi.
Lavoro nel Mare del Nord.
Oh feci. Allora guadagnerai molti soldi!
Gi. E ho spesso giornate libere. Quindi va bene. E tu?
Mentre parlava con me guard il commesso e indic la griglia con i wrstel, sollevando un dito
per aria.
Sto ancora studiando dissi.
Che cosa?
Letteratura.
Eh gi, ti piaceva disse.
S dissi. Ti capita mai di vedere Espen? E Trond? E Gisle?
Si strinse nelle spalle.
Trond abita qui in citt, quindi ogni tanto lo vedo. Espen quando torna a casa per Natale. E tu?
Sei ancora in contatto con qualcuna delle vecchie conoscenze?
Solo Bassen.
Il commesso mise il wrstel in un panino, lo avvolse in un tovagliolo.
Ketchup e senape? chiese.
S, grazie, tutti e due. E poi anche la cipolla.
Cruda o arrostita?
Arrostita. No, cruda.
Cruda?
S.
Dopo che l'ordinazione era stata in questo modo effettuata e ormai aveva il panino in mano, si
volt di nuovo verso di me.
 stato un piacere rivederti, Karl Ove disse. Non sei cambiato!
Neppure tu dissi.
Apr la bocca, diede un morso all'hot dog e porse al commesso una banconota da cinquanta. Ci
fu un attimo un po' imbarazzante mentre stava aspettando il resto, perch ormai avevamo concluso la
conversazione. Fece un leggero sorriso.
Eh s disse quando richiuse il pugno intorno alle monete che gli erano state date. Magari ci
rivediamo!
Certo dissi. Comprai la busta di tabacco e rimasi per qualche secondo davanti all'espositore
dei giornali fingendo interesse, per non imbattermi di nuovo in lui fuori, quando Yngve entr per
pagare. Lo fece con un biglietto da mille. Guardai da una parte mentre lo tirava fuori dal portafogli, non
volevo far vedere che avevo capito che si trattava dell'eredit di pap, ma gli borbottai qualcosa sul
fatto che sarei uscito, e mi diressi verso la porta.
L'odore di benzina e asfalto, nella semioscurit sotto il tetto di un distributore di benzina, esiste
qualcosa che pu creare pi associazioni? Motori, velocit, futuro.
Ma anche hot dog e cd di Celine Dion ed Eric Clapton.
Aprii la portiera e mi sedetti. Yngve arriv subito dopo, avvi il motore e ce ne andammo senza
una parola.
Facevo su e gi per il giardino tagliando l'erba. La macchina che avevamo affittato era costituita da un
apparato che si doveva fissare sulla schiena e da un manico con una lama rotante all'estremit. Mi
sembrava di essere un robot, mentre mi muovevo con delle grosse cuffie gialle, come legato a una
rumorosa macchina vibrante, tagliando in modo metodico tutti gli alberelli, tutti i fiori e tutta l'erba che
trovavo. Piansi per tutto il tempo. Un accesso dopo l'altro mi inondava mentre tagliavo l'erba, non era
pi una cosa che cercavo di contrastare, lasciavo che venisse fuori quello che voleva. A mezzogiorno
Yngve mi chiam dalla veranda e andai in casa per mangiare con loro. Aveva messo in tavola t e
panini, come faceva sempre la nonna, riscaldati su una griglia sulla piastra della cucina, di modo che la
crosta, di solito morbida, era diventata dura e si disfaceva in grosse briciole quando veniva addentata,
ma io non avevo fame e presto tornai fuori per continuare il lavoro. Era liberatorio stare l fuori da solo
e anche soddisfacente, perch presto si videro i risultati. Le nuvole bianco-grigiastre formavano un
cappa sotto il cielo chiuso e quello che accadeva in momenti simili era che l'oscurit della superficie
del mare risaltava in modo pi netto e che la citt, che sotto un cielo aperto appariva come una
manciata di case, uno sputo sulla collina, acquistava pi peso e solidit. Era qui che mi trovavo, questo
era quello che vedevo. Per lo pi avevo lo sguardo puntato sulla lama rotante e sui fili d'erba che
cadevano come soldati falciati, pi gialli e grigi che verdi, mescolati ai fiori rosso vivo delle digitali e a
quelli gialli dell'echinacea, ma ogni tanto alzavo gli occhi anche verso il massiccio tetto grigio chiaro
del cielo e il massiccio pavimento grigio scuro del mare, verso il molo con il suo caos di capote e scafi,
alberi e prue, container e rottami arrugginiti, e verso la citt che tremolava con i suoi colori e i suoi
movimenti, come una macchina, il tutto mentre le lacrime mi scorrevano lungo le guance, perch pap,
che era cresciuto qui, era morto. O forse non era per quello che piangevo, forse era per tutt'altri motivi,
forse era per tutta la sofferenza e l'infelicit che avevo accumulato dentro di me negli ultimi quindici
anni, che adesso trovavano sfogo. Non aveva importanza, niente aveva importanza, andavo solo su e
gi per il giardino tagliando l'erba, era diventata troppo lunga.
Alle tre e un quarto spensi quell'infernale apparecchio, lo misi nello sgabuzzino sotto la veranda ed
entrai in casa per farmi una doccia prima di andare via. Salii in mansarda a prendere i vestiti,
l'asciugamano, lo shampoo, li poggiai sul coperchio del water, chiusi la porta a chiave, mi spogliai,
scivolai nella vasca, allontanai il manico della doccia e aprii il rubinetto. Quando fu calda, rimisi al suo
posto il manico della doccia e l'acqua mi scivol addosso. Di solito era accompagnata da una
sensazione piacevole, ma non adesso, non qui, perci, dopo essermi lavato e sciacquato velocemente i
capelli, chiusi il rubinetto e uscii, mi asciugai e mi vestii. Mi fumai una sigaretta fuori sulle scale
mentre aspettavo che Yngve scendesse. Non ne avevo voglia e, quando Yngve apr la portiera, vidi sul
suo viso dall'altra parte del tettuccio che non ne aveva neppure lui.
La cappella era vicino al mio vecchio liceo, dietro la grande palestra, e la strada che prendemmo
era la stessa che avevo percorso nei sei mesi in cui avevo abitato nell'appartamento dei nonni in
Elvegaten, ma la vista di quei luoghi noti non risvegliava niente dentro di me e forse li vidi per la prima
volta com'erano veramente, privi di significato e della loro aura. Qui uno steccato, l una casa
ottocentesca dipinta di bianco, qualche albero, qualche cespuglio, un po' d'erba, una strada con divieto
d'accesso, un'insegna. I movimenti regolari delle nuvole nel cielo. I movimenti regolari delle persone
sulla terra. Il vento che sollevava i rami e faceva tremare le migliaia di foglie secondo schemi tanto
imprevedibili quanto inderogabili.
Puoi entrare da qui dissi dopo che avemmo passato il liceo e vidi la chiesa dietro il
muricciolo difronte a noi.  l dentro.
Ci sono gi stato disse Yngve.
Eh? feci.
La cresima. C'eri anche tu, no?
Non me ne ricordo dissi.
Ma io s disse Yngve e si protese in avanti per poter vedere oltre.
 dietro a quel parcheggio l dentro?
Dovrebbe essere quella dissi.
Siamo in anticipo disse Yngve. Manca ancora un quarto d'ora.
Scivolai fuori dalla macchina e chiusi la portiera. Un tosaerba veniva verso di noi dall'altro lato
del muricciolo. Lo guidava un uomo a torso nudo. Quando la vettura pass a non pi di cinque metri da
noi, vidi che aveva una catenina d'argento al collo, con appeso qualcosa che somigliava a una lama di
rasoio. A est, sopra la chiesa, il cielo si era oscurato. Yngve accese una sigaretta, fece qualche passo
nello spiazzo.
S, s disse. Eravamo qui.
Guardai verso la cappella. Sopra la porta d'ingresso c'era una lampada accesa, che quasi
scompariva nella luce del giorno. Un'auto rossa era parcheggiata l accanto.
Il mio cuore inizi a battere pi forte.
S dissi.
Su in alto nel cielo sopra di noi, che era ancora grigio chiaro, volteggiavano degli uccelli. Il
pittore olandese Ruisdael dipingeva sempre degli uccelli in alto nei suoi cieli, per dare il senso della
profondit, era quasi il suo segno di riconoscimento, o per lo meno lo avevo visto in ogni quadro del
libro che avevo su di lui.
La parte sottostante degli alberi davanti a noi era quasi del tutto nera.
Che ore sono adesso? chiesi.
Yngve allung un po' il braccio in avanti, di modo che la manica scorresse indietro e lui potesse
vedere il quadrante dell'orologio.
Mancano cinque minuti. Andiamo?
Annuii.
Quando eravamo a dieci metri dalla cappella, la porta si apr. Un uomo giovane con un
completo scuro ci guard. Il suo viso era abbronzato dal sole, i capelli chiari.
Knausgrd? chiese.
Annuimmo.
Ci diede la mano. La pelle intorno alle sue narici era rossa e sembrava irritata. Gli occhi azzurri
assenti.
Vogliamo entrare? disse.
Annuimmo di nuovo. Entrammo inizialmente in un corridoio, dove lui si ferm.
 l dentro disse. Ma prima di entrare,  meglio che vi avverta. Non  certo una bella
visione, c'era cos tanto sangue, sapete, quindi... s, abbiamo fatto del nostro meglio, ma si vede
ancora.
Sangue?
Ci guard.
Mi sentii gelare tutto.
Siete pronti?
S disse Yngve.
Apr la porta e lo seguimmo in una stanza pi grande. Pap era disteso su un feretro al centro. I
suoi occhi erano chiusi, i tratti del volto morbidi.
Oh, Dio.
Mi misi accanto a Yngve, proprio davanti a lui. Le sue guance erano rossicce, come piene di
sangue. Doveva essere rimasto nei pori quando avevano tentato di rimuoverlo. E il naso era rotto. Ma
anche se vedevo queste cose, era comunque come se non le vedessi, perch tutti i dettagli della sua
persona scomparivano davanti a qualcosa di pi grande, sia quello che emanava da lui, che era la
morte, a cui non mi ero mai trovato vicino prima, sia quello che lui era per me, un padre e tutto ci che
di vivo rimaneva in questo.
Solo mentre tornavo a casa dalla nonna dopo aver visto Yngve partire per Stavanger, sentii
scorrermi di nuovo il sangue nelle vene. Cosa poteva essere successo qui? La nonna aveva detto che lo
aveva trovato morto sulla sedia e in base a quell'informazione era ragionevole pensare che il cuore
avesse cessato di battere mentre lui era seduto l, probabilmente mentre dormiva. L'impresario di
pompe funebri, invece, aveva detto non solo che c'era del sangue, ma che c'era molto sangue. E il naso
era rotto. Dunque doveva esserci stata una qualche forma di lotta per la sopravvivenza? Si era alzato, in
preda al dolore ed era caduto sulla pietra del caminetto? Per terra? Ma se fosse stato cos, perch non
c'era sangue n sulla pietra n sul pavimento? E come poteva essere che la nonna non avesse detto
niente del sangue? Perch qualcosa doveva essere successo, non poteva essersi addormentato fermo e
tranquillo, non con tutto quel sangue. Lo aveva forse pulito e poi se ne era dimenticata? Perch avrebbe
dovuto? Non aveva lavato n nascosto nient'altro, sembrava che in lei quel bisogno non esistesse.
Altrettanto strano era che io lo avessi dimenticato cos in fretta. O forse non cos strano, c'erano state
tante altre cose a cui pensare. Comunque dovevo telefonare subito a Yngve non appena tornavo a casa
della nonna. Dovevamo metterci in contatto con il dottore che era venuto a prenderlo. Avrebbe potuto
spiegarci cosa era successo.
Camminavo pi veloce che potevo su per la lieve salita, lungo la rete verde di un recinto che
aveva all'interno una fitta siepe, come se dovessi arrivare il prima possibile, mentre agiva dentro di me
anche un impulso opposto, quello di prolungare il pi possibile il tempo che avevo per stare da solo,
magari trovare addirittura un caff dove leggere un giornale o altro. Perch una cosa era essere dalla
nonna con Yngve, un'altra era essere l da solo. Yngve sapeva bene come prenderla. Ma il loro tono
leggero e scherzoso, a cui ricorrevano sempre anche Erling e Gunnar, non era mai stato nella mia
natura, in parole povere, e nell'anno del liceo in cui passavo molto tempo da loro, dal momento che
vivevo cos vicino, sembrava che a loro il mio modo di essere apparisse fastidioso, come se avessi in
me qualcosa con cui non volevano avere niente a che fare, un'impressione che in un certo senso fu
confermata qualche mese pi tardi, una sera in cui la mamma mi raccont che la nonna le aveva
telefonato e le aveva detto che non dovevo andare da loro cos spesso. La maggior parte dei rifiuti
potevo sopportarli, ma quello proprio no, erano i miei nonni e che neppure loro volessero saperne di me
mi sconvolse cos tanto che non riuscii a controllarmi, ma cominciai a piangere, proprio davanti alla
mamma. Lei da parte sua era infuriata, ma in fondo cosa poteva fare? Mentre quella volta non avevo
capito niente di tutto questo e avevo pensato molto semplicemente che a loro non piacevo, pi tardi
avevo iniziato a capire in cosa poteva consistere il fastidio. Non ero in grado di capire, non ero in grado
di entrare in un ruolo, e la seriet da liceale con cui mi comportavo in casa alla lunga era diventata
impossibile da ignorare, prima o poi dovettero abituarvisi, e lo squilibrio che ne nacque, visto che io, da
parte mia, non ero costretto a adattarmi al loro modo di parlare, era quello che doveva aver fatto s che
alla fine telefonassero a mia madre. La mia presenza richiedeva sempre qualcosa da parte loro, o di
concreto, come il cibo, perch se andavo da loro dopo la scuola, prima degli allenamenti, non sarei
certo arrivato fino alle otto o alle nove di sera senza mangiare, oppure i soldi, perch solo gli autobus
pomeridiani erano gratuiti per gli studenti e non sempre potevo pagarmi il biglietto da solo. Non
avevano niente in contrario a darmi l'uno e l'altro, il cibo e i soldi, ma ci da cui si sentivano provocati
era probabilmente il fatto che io ne avevo bisogno e che loro quindi non avevano nessuna scelta: il cibo
e i soldi per l'autobus non erano pi dei doni elargiti liberamente, ma qualcosa di diverso e quel
qualcosa di diverso influenz il nostro rapporto, cre tra noi dei legami che loro non volevano. Allora
non lo capivo, ma lo capisco adesso. Il mio modo di essere, il modo in cui mi avvicinavo a loro con la
mia vita e i miei pensieri, era pi o meno parte dello stesso problema. Neppure quel tipo di contatto
potevano offrirmi e probabilmente nemmeno lo volevano, anch'esso era qualcosa che io mi prendevo.
La cosa ironica era che durante tutte quelle visite pensavo sempre a loro, dicevo sempre quello che
credevo volessero sentire; anche le cose pi personali, le dicevo perch pensavo che fossero contenti di
sentirle, non perch avessi bisogno di dirle.
Ma la cosa peggiore in tutto questo, pensavo mentre camminavo lungo il viale verso Lund,
accanto alla fila pomeridiana di auto in coda, davanti ai filari di alberi dai rami neri per la polvere
dell'asfalto e le esalazioni delle macchine, cos pesanti, come pietra, rispetto alla massa di leggere
foglie verdi nelle chiome pi in alto, era che a quel tempo in realt mi ritenevo uno che conosceva le
persone. Allora mi ero illuso che questo fosse quello che sapevo fare, che questo fosse quello in cui ero
bravo. Capire gli altri. Mentre io stesso restavo un mistero.
Oh, che stupido!
Risi. Subito alzai lo sguardo per controllare se qualcuno di coloro che sedevano nelle macchine
l accanto mi avesse visto. Ma no. Ognuno era assorto nei propri pensieri.
Pu darsi che nell'arco di quei dodici anni fossi diventato pi saggio, ma ancora non avevo
imparato come comportarmi. Non mentire, non recitare. Per questo ero stato contento di lasciare che
fosse Yngve a vedersela con la nonna. Ma adesso toccava a me.
Mi fermai e accesi una sigaretta. Quando ripresi a camminare, mi sentivo per qualche motivo
sollevato. Era per via delle facciate degli edifici originariamente bianche, ma annerite dallo smog alla
mia sinistra? O era per via degli alberi del viale? Questi esseri immobili, vestiti di chiome, immersi
nell'aria con la loro infinit di foglie? Perch mi sentivo sempre invadere dalla gioia non appena li
vedevo.
Inspirai profondamente e scossi la cenere argentea dalla sigaretta mentre camminavo. Quei
ricordi legati all'ambiente circostante che non avevo incamerato mentre andavo alla cappella con
Yngve, mi arrivarono adesso con tutta la loro forza. Venivano da due periodi: prima quando da
bambino venivo qui in visita dai nonni a Kristiansand e ogni piccolo particolare della citt mi appariva
favoloso, poi quando avevo vissuto qui a dieci anni. Adesso erano passati alcuni anni dall'ultima volta
che ero stato qui e fin da quando ero arrivato avevo notato che il flusso di impressioni che questo posto
mi trasmetteva, legate in parte a uno di quei mondi di ricordi, in parte all'altro, esisteva in questo modo
in tre epoche diverse al contempo.
Vedevo la farmacia e mi ricordavo di quando io e Yngve c'eravamo stati con la nonna; i cumuli
di neve fuori erano alti, nevicava, lei indossava il cappotto e il cappello di pelliccia, era in coda davanti
al bancone, dietro di esso i farmacisti andavano avanti e indietro con i loro camici bianchi. Ogni tanto
lei girava la testa per vedere cosa stavamo facendo. Dopo i primi attimi di ricerca, in cui lo sguardo era,
se non freddo, per lo meno neutro, sorrideva e i suoi occhi si riempivano di calore, come sotto un
incantesimo. Vedevo la strada che saliva sul ponte di Lund e mi ricordavo che il nonno di solito
arrivava da l in bicicletta nel pomeriggio. Quanto sembrava diverso all'aperto. Come se il lieve
tentennamento provocato dalla salita non riguardasse solo la bicicletta su cui stava, ma anche quello
che lui era: per un attimo un anziano qualunque di Kristiansand con un impermeabile e un berretto con
la visiera, l'attimo dopo il nonno. Vedevo i tetti delle case nel quartiere residenziale che si estendeva
sotto la strada e mi ricordavo di come a sedici anni a volte ci camminavo in mezzo, colmo fino all'orlo
di sensazioni. Quando tutto quello che vedevo ardeva di bellezza, persino un attaccapanni arrugginito e
storto sul retro di un giardino, persino delle mele marce ai piedi di un albero, persino una barca avvolta
in un telo incerato, con i sostegni bagnati che sporgevano e l'erba sottostante gialla e appiattita. Vedevo
il pendio erboso dietro gli edifici sull'altro lato e ricordavo una fredda giornata azzurra d'inverno in cui
ero stato l con lo slittino insieme alla nonna. Il riflesso dei raggi di sole sulla neve era talmente
scintillante che la luce somigliava a quella che c' in alta montagna e la citt sotto di noi appariva
perci cos straordinariamente aperta che quello che accadeva, le persone e le auto che passavano per le
strade sotto di noi, l'uomo che spalava il vialetto davanti alla sala pubblica sull'altro lato della strada,
gli altri ragazzi che scendevano con lo slittino, tutto sembrava oscillare sotto il cielo come se non
avesse un punto fermo. Tutto ci riviveva dentro di me mentre scendevo per la strada, l'ambiente
circostante mi faceva rivedere e pensare a tutte queste cose, ma solo in superficie, solo nello strato pi
esterno della coscienza, perch pap era morto e il dolore che questo aveva generato dentro di me si
espandeva a tutto quello che pensavo e sentivo, era come se lo respingesse indietro. Lui esisteva anche
in questi pensieri, ma stranamente non era importante, in questo caso l'idea di lui non mi suscitava
niente. Pap che camminava sul marciapiede qualche metro davanti a me, un giorno all'inizio degli
anni Settanta, eravamo stati dal tabaccaio e avevamo comprato un curapipe e stavamo andando a casa
dei suoi genitori, il modo in cui sollevava il mento ed era come se gettasse indietro il capo mentre
sorrideva tra s, la felicit che provavo per questo, o pap in banca, il modo in cui teneva il portafogli
con una mano e si passava l'altra tra i capelli guardando il suo riflesso nel vetro davanti alla cassa, o
pap in macchina mentre uscivamo di citt: in nessuno di questi ricordi lo percepivo come una persona
importante. O meglio, allora, quando li vivevo, lo percepivo come tale, ma non adesso, mentre ci
pensavo. Per quanto riguardava il pensiero che lui era morto le cose stavano in maniera diversa. In
questo caso lui era tutto, ovviamente, ma anche questo pensiero era tutto, perch mentre camminavo
sotto quella leggera pioggerella era come se mi trovassi all'interno di un'aerea delimitata. Quello che
stava al di fuori non aveva nessun significato. Vedevo, pensavo, ma poi quello che vedevo e pensavo si
ritirava: non aveva valore. Niente aveva valore. Solo pap, il fatto che lui era morto, aveva un valore.
Mentre camminavo anche la busta marrone, che conteneva gli effetti personali che aveva
indosso quando era morto, era tutto il tempo nei miei pensieri. Davanti al droghiere, dal lato opposto
della strada rispetto alla farmacia, mi fermai, mi voltai verso il muro e la tirai fuori. Guardai il nome di
mio padre. Sembrava sconosciuto. Mi ero aspettato Knausgrd. Ma era in fin dei conti corretto, quel
nome ridicolo e pomposo era quello che aveva quando era morto.
Una donna anziana con una borsa con le rotelle in una mano e nell'altra un cagnolino bianco mi
guard mentre usciva dalla porta di casa. Mi avvicinai di qualche passo al muro e scossi la busta per far
cadere il contenuto in una mano. Il suo anello, una collanina, qualche moneta, uno spillo. Era tutto.
Oggetti del tutto comuni in s. Ma il fatto che li avesse indossati, che l'anello fosse stato al suo dito, la
collanina al suo collo, quando era morto, dava loro un'aura particolare. Morte e oro. Li rigirai nella
mano uno per uno e mi riempirono di disagio. Sentii la paura della morte nello stesso modo in cui
l'avevo sentita da bambino. Non la paura che io stesso potessi morire, ma la paura dei morti.
Rimisi gli oggetti nella busta, la infilai di nuovo in tasca, attraversai di corsa la strada tra due
macchine che passavano, entrai nel chiosco e comprai un giornale e un Lion, che mangiai mentre
percorrevo gli ultimi duecento metri verso casa.
Anche dopo tutto quello che era accaduto, qui era rimasta nell'aria una reminiscenza dell'odore che
ricordavo dall'infanzia. Gi allora riflettevo su quel fenomeno, su come ogni casa in cui ero stato, tutte
le case dei vicini e della nostra famiglia, avevano il loro odore caratteristico, che non cambiava mai.
Tutte, eccetto la nostra casa. Quella non aveva nessun odore suo particolare. Non sapeva di niente. Le
volte che il nonno e la nonna venivano a farci visita portavano l'odore della loro casa; ricordo in
particolare una volta in cui la nonna era venuta a trovarci senza avvertire, io non ne sapevo niente e
quando tornai a casa da scuola e sentii l'odore nell'ingresso, credetti che fosse la mia immaginazione,
perch non c'era nessun altro segno della sua presenza. Nessuna macchina nel vialetto, niente vestiti o
scarpe nell'ingresso. Solo l'odore. Ma non era la mia immaginazione: quando arrivai di sopra, la nonna
era seduta completamente vestita in cucina, aveva preso l'autobus, voleva farci una sorpresa; del tutto
insolito da parte sua. Che l'odore della casa potesse essere lo stesso adesso, vent'anni pi tardi, dopo
che erano cambiate tante cose qui, era strano. Si poteva pensare che avesse a che fare con le abitudini,
con il fatto che si usavano gli stessi saponi, gli stessi detersivi, gli stessi profumi e lo stesso dopobarba,
si preparavano le stesse cose da mangiare allo stesso modo, si tornava sempre dallo stesso lavoro e il
pomeriggio e la sera si facevano le stesse cose: se veniva acceso il motore di una macchina, allora
nell'odore c'erano elementi di olio e paraffina, di metallo e gas di scarico, se si collezionavano vecchi
libri, allora in esso c'erano note di carta ingiallita e di pelle invecchiata. Ma in una casa in cui tutte le
abitudini precedenti erano state interrotte, in cui le persone erano morte e coloro che restavano erano
troppo vecchi per fare quello che facevano di solito prima, come poteva l'odore di queste case essere
immutato? Se quarant'anni di vita erano racchiusi tra queste pareti, era questo quello che sentivo ogni
volta che entravo?
Invece di andare subito su da lei, aprii la porta che andava nello scantinato e feci qualche passo
per le strette scale. L'aria fredda e scura che mi circondava sembrava un concentrato dell'aria nelle
altre parti della casa, proprio come mi ricordavo. Era l sotto che mettevano le cassette con le mele, le
pere e le susine in autunno e, insieme all'aroma di terra e vecchie mura, il loro odore dominava nella
casa come una specie di nota di sottofondo su cui tutti gli altri odori risaltavano. Ero stato l non pi di
tre o quattro volte: era una zona vietata per noi, cos come le stanze in soffitta. Ma quante volte ero
rimasto nell'ingresso a vedere la nonna che saliva da l con borse piene di susine gialle e succose o di
mele rosse, appena raggrinzite e straordinariamente gustose?
L'unica luce veniva da una finestrella a volta sul muro. Da l si poteva vedere direttamente il
giardino, dato che era pi basso dell'ingresso della casa. Questa prospettiva era deviante, il senso delle
relazioni spaziali veniva come annullato, per un breve attimo mi sembr che il suolo scomparisse sotto
i miei piedi. Poi, nello stesso istante in cui mi aggrappai alla ringhiera con le mani, tutto si fece di
nuovo chiaro: ero qui, l c'era la finestra, l il giardino e qui la porta d'ingresso.
Rimasi per un po' a guardare fuori dalla finestra, senza che i miei pensieri si soffermassero su
qualcosa in particolare. Poi mi voltai e salii nell'ingresso, appesi la giacca a una delle grucce del
guardaroba, gettai un'occhiata alla mia immagine nello specchio appeso alla parete accanto alle scale.
Una sorta di pellicola opaca si stendeva sui miei occhi. Quando poi salii le scale lo feci con passi
pesanti, di modo che la nonna potesse sentire che stavo arrivando.
Era seduta come quando l'avevamo lasciata qualche ora prima, al tavolo della cucina. Davanti a
s aveva una tazza di caff, un posacenere e un piattino pieno delle briciole del panino che aveva
mangiato.
Quando entrai dalla porta sollev lo sguardo verso di me con il suo modo di fare veloce, da
uccello.
Ah, eri tu disse.  andata bene?
Probabilmente aveva dimenticato dove ero stato, ma non potevo esserne sicuro e risposi con la
seriet che la situazione richiedeva nella voce.
S dissi.  andata bene.
Bene disse e si volt di nuovo. Feci qualche passo dentro la stanza, posai sul tavolo il
giornale che avevo comprato.
Non vuoi un po' di caff? chiese.
S, volentieri risposi.
La caffettiera  sulla cucina.
Qualcosa nel suo tono mi spinse a voltarmi a guardarla. Non mi aveva mai parlato cos prima.
La cosa strana era che questo non cambiava tanto lei, ma piuttosto me. Cos doveva aver parlato con
pap negli ultimi tempi. Era a lui, non a me, che si era rivolta. E non si sarebbe rivolta cos a pap se il
nonno fosse stato in vita. Quello era il tono tra madre e figlio quando non c'era nessun altro.
Non credevo che mi avesse scambiato per mio padre, solo che avesse parlato per abitudine, cos
come una nave continua ad andare anche dopo che il motore  stato spento. Tuttavia la cosa mi fece
gelare dentro. Ma non potevo farmi influenzare da questo, quindi presi una tazza dalla credenza, andai
verso i fornelli, toccai la caffettiera con un dito. Ormai era freddo da molto tempo.
La nonna fischiettava leggermente e tamburellava con le dita sul tavolo. Lo aveva sempre fatto
da quando riuscivo a ricordare. Faceva piacere vederlo, perch per il resto erano cambiate cos tante
cose in lei.
Avevo visto le sue foto dei primi anni Trenta ed era stata bella, non in un modo che colpiva, ma
abbastanza da renderla attraente, alla maniera tipica dell'epoca: occhi scuri e drammatici, bocca
piccola, capelli corti. Quando, come madre ormai matura di tre figli, era stata fotografata verso la fine
degli anni Cinquanta davanti ai luoghi di interesse dei loro viaggi, tutto quello che l'aveva resa
attraente continuava a essere presente, anche se in maniera pi tenue, meno netta, ma comunque chiara,
e si poteva ancora usare la parola bella per descriverla. Quando ero piccolo e lei aveva intorno ai
settant'anni, ovviamente non vedevo niente del genere, lei era solo la nonna, quello che aveva di
personale, quello che diceva qualcosa di chi lei era, non lo conoscevo. Un'anziana signora borghese
ben tenuta e ben vestita, questa doveva essere l'impressione che dava allora, alla fine degli anni
Settanta, quando aveva fatto una cosa cos insolita come prendere l'autobus per venire da noi e per
ritrovarsi all'improvviso seduta nella nostra cucina di Tybakken. Vitale, presente, in buona salute. Fino
a un paio di anni prima era stata cos. Poi qualcosa era cambiato in lei e non era l'et che l'aveva presa
nella sua morsa, e neppure la malattia: era qualcos'altro. Il suo essere assente non aveva in s niente del
dolce allontanamento dal mondo o del senso di saziet dei vecchi, era duro e magro come il corpo in
cui aveva preso dimora.
Lo vedevo, ma non potevo farci niente, non potevo rimediare, non potevo aiutarla o consolarla,
potevo solo guardare e questo mi rendeva teso ogni minuto che passavo con lei. L'unica cosa che mi
aiutava era mantenermi in movimento, non lasciare che niente di quello che si trovava qui, nella casa o
in lei, trovasse in me un appiglio.
Scost con la mano un granello di tabacco dal labbro. Guard verso di me.
Ne preparo anche per te? chiesi.
C'era qualcosa che non andava nel caff?
Non era molto caldo dissi e andai verso il lavello con la caffettiera. Ne preparo dell'altro.
Non era molto caldo, dici.
Mi stava rimproverando?
No. Perch poi rise e si tolse una briciola dal grembo.
Devo aver cominciato a rimbambire un po' disse. Ero sicura di averlo appena preparato.
Non era cos freddo dissi aprendo il rubinetto.  solo che a me il caff piace bollente.
Sciacquai i fondi e lasciai che il gettito d'acqua schizzasse sul fondo del lavello finch tutto non
fu scomparso nello scarico. Poi riempii con acqua pulita la caffettiera, che dentro era quasi del tutto
nera e fuori era coperta dal grasso delle impronte delle dita.
Rimbambire era l'eufemismo per la demenza senile nella nostra famiglia. Il fratello del
nonno, Leif, aveva dato segni di essere rimbambito quando era andato pi di una volta dall'ospizio
alla casa di quando era piccolo, dove aveva vissuto per sessant'anni, e aveva gridato e bussato alla
porta di sera e di notte. Anche l'altro dei suoi fratelli, Alf, aveva cominciato a rimbambire negli ultimi
anni; per lui significava soprattutto che passato e presente si mischiavano. E anche il nonno era un po'
rimbambito quando negli ultimi tempi della sua vita si alzava di notte e si trastullava con un enorme
mazzo di chiavi che nessuno sapeva che aveva, n perch. Era una cosa tipica della famiglia; la loro
madre era parecchio rimbambita alla fine, se si deve credere a quello che raccontava mio padre. A
quanto pare l'ultima cosa che aveva fatto era stato arrampicarsi in soffitta invece che andare in cantina
quando era suonata una sirena; secondo i racconti di mio padre era caduta dalle ripide scale della
soffitta ed era morta. Chiss se era vero: mio padre era capace di mentire su tutto. Il mio intuito mi
diceva che non era vero, ma non c'era modo di scoprirlo.
Portai la caffettiera ai fornelli e la misi su una piastra. Il ticchettio del pulsante di sicurezza
invase la cucina. Subito dopo il fondo umido della caffettiera cominci a crepitare. A braccia incrociate
rimasi a guardare la cima della ripida collina fuori dalla finestra, la casa bianca che troneggiava lass.
Mi venne da pensare che guardavo quella casa da una vita, senza avervi mai visto anima viva
all'interno o intorno.
Ma Yngve che fine ha fatto? chiese la nonna.
Doveva andare a Stavanger oggi dissi, voltandomi verso di lei. Dalla sua famiglia. E poi
torner per il f... per venerd .
Ah,  cos, s disse, annuendo tra s. Doveva andare a Stavanger.
Mentre prendeva la busta del tabacco e la macchinetta per rollare rossa e nera, disse, senza
sollevare lo sguardo: Ma tu resti qui?
S dissi. Io rester qui tutto il tempo.
Il fatto che voleva che restassi l mi rese contento, anche se capivo che non ero io in particolare
quello che voleva, solo qualcuno.
Premette la leva della macchinetta con incredibile forza, prese la cartina appena riempita e
l'accese, si scosse delle altre briciole dal grembo, rimase seduta a fissare nel vuoto.
Pensavo di continuare a pulire dissi. E poi pi tardi durante la serata dovr lavorare un po' e
fare delle telefonate .
Va bene disse lei. Sollev lo sguardo verso di me. Ma sicuramente non sei tanto indaffarato
da non poterti sedere qui per un po'?
No, certo dissi.
Un sibilo si lev dalla caffettiera. La premetti pi forte sulla piastra, il sibilo divenne pi intenso
e poi la tolsi, ci gettai una manciata di caff, lo girai con una forchetta, la picchiai forte sulla piastra, la
posai sul posapentole sopra al tavolo.
Ecco qua dissi. Ora deve solo riposare.
Le impronte delle dita sulla caffettiera, che non avevamo lavato, dovevano essere anche quelle
di pap. Mi rividi davanti i bordi di nicotina sulle sue dita. C'era qualcosa di poco dignitoso in questo.
Nel fatto che la vita banale di cui questo era testimonianza non si accordasse con la solennit con cui
arrivava la morte.
O con cui io avrei voluto che arrivasse.
La nonna sospir.
Eh, s disse. La vida  una lodda disse la vecchia, non riusciva a pronunciare la t.
Sorrisi. Anche la nonna sorrise. Poi il suo sguardo torn assente. Cercavo tra i miei pensieri
qualcosa di cui parlare, non trovai niente, versai il caff nelle tazze, nonostante che fosse pi dorato che
nero, e dei granellini di polvere di caff fluttuarono verso la superficie.
Ne vuoi? chiesi. Non  molto forte, ma...
S, volentieri disse lei, spinse la tazza in avanti di qualche centimetro sul tavolo.
Grazie disse quando la tazza fu per met piena. Prese il cartone giallo della panna e ce la
vers.
Ma Yngve che fine ha fatto? chiese.
 andato a Stavanger dissi. A casa, dalla sua famiglia .
 vero. Doveva andare, s. Quando torna?
Venerd, credo dissi.
Sciacquai il secchio nel lavello, ci misi dell'acqua pulita, ci versai il detersivo verde per pavimenti, mi
infilai i guanti, con una mano afferrai lo straccio che era sul bancone, con l'altra sollevai il secchio e
andai in salotto. Fuori aveva appena cominciato a imbrunire. Si poteva intravedere un debole bagliore
azzurro nella luce vicino alla collina, intorno alle chiome degli alberi, ai loro rami, ai cespugli della
staccionata della propriet del vicino. Era cos debole che i colori non venivano gradualmente smorzati,
come succede di solito verso sera, ma piuttosto intensificati, perch la luce non abbagliava pi e quel
tono fievole dava alla loro pienezza una specie di sfondo su cui risaltare. Ma lontano, a sud-ovest, dove
si riusciva appena a scorgere il faro nell'apertura verso il mare, la luce del giorno regnava ancora
incontrastata. Laggi alcune nuvole ardevano rosse, come di forza propria, perch il sole era nascosto.
Dopo un po' arriv la nonna. Accese il televisore e si sistem sulla sedia. Il suono della
pubblicit, che era sempre pi alto di quello dei programmi, non solo invase il salotto, ma rimbomb
leggermente anche contro le pareti.
C' il telegiornale adesso? chiesi.
Certo disse. Lo guardi anche tu?
S dissi. Devo solo finire qui prima.
Dopo aver pulito tutto il pannello di legno che copriva una delle pareti, strizzai lo straccio e
andai in cucina, dove adesso il riflesso della mia figura era appena visibile sulla finestra, sotto forma di
vaghe chiazze pi scure e pi chiare. Rovesciai l'acqua nel lavello, poggiai lo straccio sul secchio,
rimasi per un attimo l immobile, poi aprii lo sportello, spinsi da parte i rotoli di carta da cucina e tirai
fuori la bottiglia della vodka. Presi due bicchieri dal mobile sopra al lavello, aprii il frigorifero e presi
la bottiglia della Sprite e con quella riempii un bicchiere intero, mescolai l'altro con l'alcol e li portai
entrambi in salotto.
Pensavo che ci potevamo concedere un piccolo drink dissi sorridendo.
Che pensiero carino disse sorridendomi a sua volta. Certo che possiamo.
Le porsi il bicchiere con la vodka, per me presi quello con la Sprite e mi sedetti sulla sedia l
accanto. Terribile, era terribile. Mi faceva andare in pezzi. Ma non potevo farci niente. Ne aveva
bisogno. Era cos.
Se per lo meno ci fossero stati del cognac o del porto!
Allora avrei potuto servirli su un vassoio insieme a una tazza di caff e sarebbe sembrato, se
non del tutto normale, per lo meno non cos palese come quel limpido drink di vodka e Sprite.
Vidi come apriva la vecchia bocca e ingoiava il drink. Avevo deciso che non doveva accadere
di nuovo. Ma ora eccola qui con un bicchiere di alcol in mano. Mi feriva al cuore come un coltello. Per
fortuna non ne chiese altro.
Mi alzai.
Vado a fare qualche telefonata dissi.
Gir la testa verso di me.
A chi telefoni a quest'ora? chiese.
Era di nuovo come se si stesse rivolgendo a qualcun altro.
Sono solo le otto dissi.
Soltanto?
S. Pensavo di telefonare a Yngve. E poi a Tonje.
A Yngve?
S.
Non  qui, allora? No, ovviamente no disse. Poi rivolse di nuovo l'attenzione alla televisione,
come se gi avessi lasciato la stanza.
Presi una sedia dal tavolo della cucina, mi sedetti e feci il numero di Yngve. Era appena entrato in
casa, tutto era andato bene. In sottofondo sentii Torje che urlava e Kari Anne che cercava di zittirlo.
Pensavo alla faccenda del sangue dissi.
Gi, cos'era? disse. Deve essere successo pi di quello che la nonna ha raccontato.
Deve essere caduto o qualcosa del genere dissi. Contro qualcosa di duro. Perch il naso era
rotto, hai visto?
Vero.
Dobbiamo parlare con qualcuno di coloro che sono stati qui. Con il medico.
L'impresa di pompe funebri ha sicuramente il nome disse Yngve. Vuoi che gli telefoni io?
S, puoi farlo?
Telefono domani. Ora  un po' tardi. E poi ne parliamo .
Avevo pensato di parlare un po' di pi di quello che era successo qui, ma notai una certa
impazienza nella sua voce e non era cos strano, la figlia, Ylva, aveva due anni e lo aspettava di sopra.
E in fondo non ci eravamo visti che poche ore prima. Ma non dava segno di voler chiudere la
conversazione, dunque dovetti farlo io. Quando ebbi riattaccato, feci il numero di Tonje. Stava
aspettando la mia chiamata, lo sentivo dalla sua voce. Le dissi che ero molto stanco e che avremmo
potuto parlare di pi l'indomani e che in fondo lei sarebbe venuta solo pochi giorni pi tardi. La
conversazione dur solo qualche minuto, ma mi sentii comunque meglio dopo. Raccolsi le sigarette e
un accendino dal tavolo della cucina e andai fuori sulla veranda.
Anche quella sera l'insenatura era piena di barche che rientravano. L'aria dolce era satura
dell'odore di legname caratteristico della citt, come sempre quando c'era vento da nord, del profumo
della vegetazione del giardino sotto di me e di un leggero, appena percettibile, odore di mare. Nella
stanza la luce del televisore tremolava. Mi misi a fumare davanti alla nera ringhiera di ferro battuto al
margine della veranda. Quando ebbi finito, premetti la sigaretta contro la parte esterna del muro e le
scintille di cenere caddero come piccole stelle in giardino. Quando fui di nuovo dentro controllai
innanzi tutto che la nonna fosse seduta in salotto, prima di salire le scale per andare nella camera della
mansarda. La valigia era aperta accanto al letto. Presi il pacco di cartone con il manoscritto, mi sedetti
sul bordo del letto e strappai via il nastro adesivo. Il pensiero che era davvero diventato un libro che
sarebbe stato pubblicato mi colp con tutta la sua forza quando vidi l'intestazione, sistemata in modo
cos diverso nella revisione dalla versione che mi aspettavo. La misi subito sotto gli altri fogli, non
potevo stare l seduto a pensarci, presi una matita dalla tasca della valigia, presi il foglio con il riepilogo
delle correzioni, cambiai posizione nel letto, con la schiena verso la testiera e poggiai il manoscritto in
grembo. Dovevo fare in fretta, quindi avevo programmato di rivedere pi che potevo mentre ero qui la
sera. Fino a ora non c'era stato tempo. Ma dato che Yngve era a Stavanger e che non erano pi delle
otto, avevo per lo meno quattro ore di lavoro davanti a me, se non di pi.
Iniziai a leggere.
I due vestiti neri che erano appesi alle ante semiaperte alla parete davanti al letto disturbavano
la mia concentrazione, perch continuai a percepire la loro presenza per tutto il tempo in cui rimasi l a
leggere e, anche se sapevo che erano solo due vestiti, l'idea che fossero dei veri corpi gettava delle
ombre sulla mia coscienza. Dopo qualche minuto mi alzai per toglierli. Mi guardai intorno con i vestiti
in mano in cerca di un posto dove appenderli. All'asta della tenda sopra la finestra? L sarebbero stati
ancora pi visibili. Allo stipite della porta? No, l sotto ci dovevo passare. Alla fine uscii dalla camera e
andai nella stanza della soffitta l accanto, quella usata per essiccare, e li appesi a due cordicelle. L
avevano ancora pi di prima l'aspetto di due figure mentre penzolavano liberi, ma se chiudevo la porta
rimanevano per lo meno fuori dalla mia visuale.
Quando rientrai in camera, mi sedetti sul letto e continuai. Gi in strada, lontano, un'auto
acceler. Dal piano di sotto risuonavano le voci del televisore. Nella casa altrimenti vuota e silenziosa
sembrava quasi una cosa folle, una pazzia completa nelle stanze.
Sollevai lo sguardo.
Avevo scritto quel libro per pap. Non lo sapevo, ma era cos. Avevo scritto per lui.
Posai il manoscritto e mi alzai, andai alla finestra.
Significava davvero cos tanto lui per me?
Oh s, significava tanto.
Avrei voluto che mi potesse vedere.
La prima volta che avevo capito che quello che scrivevo era davvero qualcosa e non solo
qualcosa che volevo che diventasse qualcosa, o che fingeva di essere qualcosa, fu quando scrissi un
passo su pap e mentre scrivevo iniziai a piangere. Non lo avevo mai fatto prima, non ci ero neppure
andato vicino. Scrivevo di pap e le lacrime scorrevano per le guance, riuscivo a malapena a vedere la
tastiera e lo schermo, digitavo e basta. Non sapevo dell'esistenza di quel dolore che in quel momento
aveva trovato sfogo dentro di me, non sapevo che c'era. Mio padre era un idiota, uno con cui non
volevo avere niente a che fare e non mi costava niente tenermi a distanza da lui. La questione non era
tenerlo a distanza, la questione era che lui non esisteva, niente di lui mi toccava. Cos era stato, ma poi
mi ero messo a scrivere e le lacrime erano sgorgate a fiotti.
Mi sedetti di nuovo sul letto con il manoscritto in grembo.
Ma c'era di pi.
Avevo anche voluto dimostrare che ero migliore di lui. Oppure volevo solo che fosse
orgoglioso di me? Che riconoscesse i miei meriti?
Non era neppure venuto a sapere che stavo per pubblicare un libro. L'ultima volta che lo avevo
incontrato prima che morisse, sei mesi prima, mi aveva ovviamente chiesto che cosa facevo e io avevo
risposto che avevo appena iniziato a scrivere un romanzo. Camminavamo lungo Dronningens gate,
dovevamo andare a pranzo fuori, il sudore gli colava dalla fronte nonostante che fuori fosse freddo e mi
chiese, senza guardarmi, tanto per fare conversazione, se ne sarebbe venuto fuori qualcosa. Avevo
annuito e gli avevo detto che un editore era interessato. Allora mi aveva gettato un'occhiata mentre
camminavamo, come da un luogo dove era ancora quello che era stato un tempo e che forse avrebbe
potuto essere di nuovo.
 bello che le cose ti vadano bene, Karl Ove aveva detto.
Perch me lo ricordavo cos bene? Di solito dimenticavo quasi tutto quello che le persone mi
dicevano, non importa quanto fossero importanti, e in quella situazione non c'era niente che potesse
farmi capire che era una delle ultime volte che stavo con lui. Forse me ne ricordavo perch aveva usato
il mio nome, dovevano essere passati quattro anni da quando glielo avevo sentito pronunciare l'ultima
volta e quello che aveva detto era diventato cos inaspettatamente intimo per questo motivo. Forse me
ne ricordavo perch avevo scritto di lui solo pochi giorni prima, con sentimenti del tutto opposti a
quelli che aveva suscitato in me in quel momento mostrandosi gentile. O forse me ne ricordavo perch
odiavo l'ascendente che aveva su di me, che diventava evidente quando mi rallegravo per cos poco.
Per niente al mondo volevo fare qualcosa per causa sua, essere trascinato verso qualcosa per causa sua,
n in senso negativo, n in senso positivo.
Ora quel desiderio non aveva nessun valore.
Posai il manoscritto sul letto, rimisi la penna nella tasca della valigia, mi chinai e presi il
cartone sul pavimento l accanto, provai a rimetterci il manoscritto, ma non ci entrava, quindi lo posai
cos com'era nella valigia, proprio in fondo, coperto con attenzione dai vestiti. Il cartone che adesso era
sul letto e che rimasi a fissare a lungo, avrebbe riportato i miei pensieri al romanzo ogni volta che lo
vedevo. Portarlo con me di sotto e buttarlo nel cestino della spazzatura in cucina, che era stato il mio
primo impulso, ripensandoci non lo volevo fare, non doveva essere incorporato nella casa in quel
modo. Dunque spostai di nuovo i vestiti nella valigia e lo misi sul fondo accanto al manoscritto, ci
distesi sopra i vestiti, abbassai il coperchio, che chiusi con la cerniera, per uscire infine dalla stanza.
La nonna era seduta in salotto a guardare la televisione. C'era un dibattito. Mi sembrava di capire che
per lei non aveva nessuna importanza. Per lei era indifferente guardare i programmi per ragazzi su TV
2 e TVNorge o i documentari della sera. Non ero mai riuscito a capire cosa aveva da dirle quella realt
giovanile malata, con i suoi infiniti desideri, di cui erano pieni anche i telegiornali e i dibattiti. A lei,
che era nata prima della prima guerra mondiale e veniva quindi dalla vera vecchia Europa, in realt dal
suo angolo pi estremo, ma comunque... A lei, che aveva vissuto la sua infanzia negli anni Dieci, la sua
adolescenza negli anni Venti, che era diventata adulta negli anni Trenta, madre negli anni Quaranta e
Cinquanta ed era gi una donna anziana nel 1968? Qualcosa doveva pur esserci, perch ogni sera si
sedeva l a guardare.
Sul pavimento sotto di lei c'era una piccola pozzanghera bruno-giallastra. Una chiazza pi scura
lungo il bordo della sedia faceva capire da dove veniva.
Ti saluta Yngve dissi.  arrivato senza problemi.
Mi lanci una breve occhiata.
Mi fa piacere disse.
Hai bisogno di qualcosa? chiesi.
Bisogno?
S, da mangiare o qualcos'altro. Posso preparare qualcosa, se vuoi.
No, grazie disse. Ma tu prendi pure quello che vuoi.
La vista del cadavere di pap aveva reso l'idea del cibo ripugnante. Ma una tazza di t, quella
sarebbe forse stato difficile associarla alla morte. Scaldai una pentola di acqua sul fuoco, la versai
fumante nella tazza sulla bustina del t, rimasi per un po' a guardare come il colore ne usciva e si
spandeva dentro l'acqua in lente spirali, fino a renderla dorata, poi presi la tazza e la portai fuori sulla
veranda. Lontano, dal mare aperto, stava arrivando il traghetto dalla Danimarca. In alto l'aria si era
rischiarata del tutto. C'erano ancora tracce di blu nel cielo scuro, questo gli dava un aspetto come di
stoffa, come se in realt fosse un'enorme tovaglia e le stelle che vedevo avessero la loro origine nella
luce dietro, che scintillava attraverso migliaia di piccoli fori.
Bevvi un sorso e posai la tazza sul davanzale. Ricordavo altre cose di quella serata con mio
padre. C'erano dei monticelli di ghiaccio sul marciapiede, un vento di levante spazzava le strade, che
erano quasi deserte. Eravamo entrati nel ristorante di un hotel, ci eravamo tolti i cappotti e ci eravamo
seduti a un tavolo. Pap respirava pesantemente, si era passato la mano sulla fronte, aveva preso il
menu e lo aveva scrutato da cima a fondo. Poi aveva ricominciato dalla vetta.
Sembra che qui non servano vino aveva detto e si era alzato, era andato dal matre. Gli aveva
detto qualcosa. Quando questi aveva scosso la testa, pap si era voltato ed era tornato indietro, aveva
quasi strappato il cappotto dalla sedia e se l'era infilato dirigendosi verso l'uscita. Mi ero sbrigato a
seguirlo.
Cosa c'era? avevo chiesto quando eravamo di nuovo fuori sul marciapiede.
Non servono bevande alcoliche aveva detto. Buon Dio, era un hotel per astemi.
Poi mi aveva guardato e aveva sorriso.
Dobbiamo per forza bere vino a pranzo, capisci. Ma va bene. C' un altro ristorante proprio
laggi.
Eravamo finiti al Caledonia, ci eravamo seduti a un tavolo nel vano della finestra e avevamo
mangiato due bistecche. O meglio, io avevo mangiato; quando avevo finito, quella di pap era ancora
intatta nel piatto. Si era acceso una sigaretta, aveva bevuto l'ultimo sorso di vino rosso, si era
appoggiato alla spalliera della sedia e aveva detto che stava pensando di lavorare come autista per i
trasporti sulle lunghe distanze. Non sapevo come avrei dovuto reagire, e avevo annuito senza dire
niente. I camionisti se la passavano bene, aveva detto. Gli era sempre piaciuto guidare, gli era sempre
piaciuto viaggiare e quando uno poteva farlo ed essere addirittura pagato, perch esitare? Germania,
Italia, Francia, Belgio, Olanda, Spagna, Portogallo. S,  un bel mestiere, avevo detto. Ma ora basta,
aveva detto. Pago io. Tu vai pure. Hai sicuramente molto da fare.  stato bello vederti. E avevo fatto
come mi aveva suggerito, mi ero alzato, avevo preso il cappotto, avevo detto ciao, allora, ed ero passato
davanti alla reception, ero uscito in strada, per un attimo mi ero chiesto se sarebbe stato il caso di
prendere un taxi, avevo deciso di no ed ero andato alla stazione degli autobus. Dalla finestra lo avevo
visto di nuovo, aveva attraversato il ristorante fino alla porta sul lato opposto, che conduceva al bar, e
ancora una volta i suoi movimenti erano stati frettolosi e impazienti, nonostante il grosso corpo
pesante.
Era stata l'ultima volta che lo avevo visto vivo.
Per tutto il tempo avevo avuto l'impressione che stesse cercando di essere in s. Che in quelle
due ore avesse usato tutte le sue forze per mantenere un contegno, per essere recettivo e presente, per
essere come era stato un tempo.
Questo pensiero mi tormentava mentre andavo su e gi per la veranda, guardando ora la citt,
ora il mare. Pensai se fosse il caso di fare un giro fuori, gi in citt o forse verso lo stadio, ma non
potevo lasciare la nonna qui da sola e in fondo camminare non era la cosa di cui avevo bisogno. Il
giorno dopo tutto sarebbe sembrato diverso. Il giorno arriva sempre con qualcos'altro insieme alla luce.
Non importa quanto uno possa sentirsi gi di morale,  impossibile restare impassibili davanti alle
promesse di un nuovo inizio che il giorno porta con s. Poi portai dentro la tazza, la misi nella
lavastoviglie, feci lo stesso con il resto delle tazze e dei bicchieri, dei piattini e dei vassoi, ci versai il
detersivo e la accesi, pulii il tavolo con uno straccio, lo strizzai e lo appesi al rubinetto, anche se c'era
qualcosa di osceno nell'incontro tra quella stoffa umida e spiegazzata e il cromo lucido dei rubinetti,
andai in salotto e mi fermai accanto alla sedia su cui era seduta la nonna.
Credo che andr a letto dissi.  stata una lunga giornata .
 gi cos tardi? chiese. Tra poco vado a letto anch'io .
Buonanotte, allora dissi.
Buonanotte.
Mi voltai per andarmene.
Ehi fece lei.
Mi voltai di nuovo verso di lei.
Non avrai mica pensato di dormire lass anche stasera?  meglio per te dormire di sotto. Nella
nostra vecchia camera da letto, sai. C' il bagno proprio l accanto.
 vero dissi. Ma credo che dormir di sopra comunque. Ormai ci siamo sistemati lass.
S, s disse lei. Fai pure come preferisci. Buonanotte, allora.
Buonanotte.
Solo quando fui su in camera ed ebbi cominciato a spogliarmi, capii che non lo aveva proposto
per me, ma per s. Mi rimisi subito la T-shirt, presi il lenzuolo dal letto, arrotolai il piumone in un
mucchio, me lo misi sotto il braccio, con l'altro presi la valigia e tornai gi. La incontrai sul
pianerottolo del primo piano.
Ho cambiato idea dissi.  meglio dormire qui di sotto, come hai detto tu.
S,  meglio, vero? disse.
Scesi le scale dietro di lei. Nell'ingresso si volt verso di me.
Allora, adesso hai tutto quello che ti serve?
S,  tutto a posto dissi.
Poi apr la porta della sua cameretta e scomparve.
La stanza dove avrei dormito era una di quelle che non avevamo pulito, ma non potevo
preoccuparmi del fatto che le sue cose, come spazzole, bigodini, gioielli e portagioie, grucce, camicie
da notte, camicette, biancheria intima, asciugamani, trucchi, fossero sparse l intorno, sui comodini, sul
materasso, sui ripiani dell'armadio aperto, sul pavimento, sul davanzale; non feci altro che liberare il
letto con un paio di manate, per poi metterci il lenzuolo e il piumone, svestirmi, spegnere la luce e
andare a letto.
Dovevo essermi addormentato all'istante, perch l'unica cosa che ricordo  che mi svegliai e accesi
l'abat-jour per vedere l'ora ed erano le due. Sulle scale fuori dalla porta si sentivano dei passi. La prima
cosa che pensai, ancora annebbiato dal sonno, probabilmente collegata a qualcosa che avevo sognato,
fu che pap era tornato. Non come spettro, ma vivo. Niente dentro di me si ribell a quell'idea e mi
impaurii. Ma poi, non subito, ma come se fosse il prolungamento di quell'illusione, compresi che era
ridicolo e andai nell'ingresso. La porta della stanza della nonna era socchiusa. Sbirciai dentro. Il letto
era vuoto. Salii le scale. Probabilmente era solo andata a prendere un bicchier d'acqua, o forse non era
riuscita a prendere sonno ed era salita di sopra per guardare la televisione, ma volevo comunque
controllare, non si poteva mai sapere. Prima in cucina. L non c'era. Poi nel salotto di tutti i giorni. Non
era neppure l. Quindi doveva essere andata nell'altro salotto.
S, era l davanti alla finestra.
Non so per quale motivo, ma non manifestai la mia presenza. Mi fermai l all'ombra della scura
porta scorrevole e la guardai.
Era come se fosse caduta in trance. Era in piedi completamente immobile a fissare il giardino.
Ogni tanto le sue labbra si muovevano come se stesse sussurrando qualcosa tra s e s. Ma non ne
usciva un suono.
Senza nessun preavviso si volt e venne verso di me. Io non feci in tempo a reagire in nessun
modo, rimasi solo l a guardarla avvicinarsi. Mi pass davanti, a circa mezzo metro, ma, nonostante che
il suo sguardo avesse incontrato il mio viso, non si accorse di me. Mi pass davanti, come se fossi solo
uno dei tanti pezzi di mobilia.
Aspettai di sentire la porta di sotto che si chiudeva, prima di andarmene anch'io.
Quando tornai di nuovo in camera da letto, ero spaventato. La morte era ovunque. La morte era
nella giacca nell'ingresso, dove si trovava la busta con gli effetti personali di pap, la morte era sulla
sedia su in salotto dove lei lo aveva trovato, la morte era sulle scale attraverso le quali lo avevano
trasportato di sotto, la morte era nel bagno, dove il nonno era caduto a terra con il ventre pieno di
sangue. Se chiudevo gli occhi, il pensiero che i morti potessero tornare era impossibile da evitare, come
quando ero bambino. Ma dovevo chiudere gli occhi. E se riuscivo a vedere il ridicolo di queste fantasie
infantili, era l'immagine del cadavere di pap quella che all'improvviso dovevo affrontare. Le dita
intrecciate con le unghie bianche, la pelle ingiallita, le guance infossate. Queste immagini mi
accompagnarono fin dentro il sonno pi leggero, in un modo tale che, quando la coscienza si faceva
strada nel sonno, era impossibile dire se appartenevano al mondo della realt o a quello dei sogni. Una
volta che la coscienza fu penetrata nel sonno, fui sicuro che il suo cadavere fosse nell'armadio e lo
aprii, rovistai fra tutti i vestiti che erano l appesi, aprii un'anta dopo l'altra e dopo averlo fatto mi
rimisi a letto e continuai a dormire. Nei sogni lui era a volte morto, a volte vivo, a volte nel presente, a
volte nel passato. Era come se avesse preso totalmente possesso di me, mi dominasse e quando infine
mi svegliai, alle otto del mattino, il primo pensiero fu che lui fosse venuto a farmi visita quella notte e
che dovevo vederlo di nuovo.
Due ore dopo chiusi la porta della cucina, dov'era seduta la nonna, andai al telefono e feci il
numero dell'impresa di pompe funebri.
Impresa di pompe funebri Andens.
S, salve, sono Karl Ove Knausgrd. Sono stato da voi con mio fratello l'altro ieri.  per mio
padre.  morto quattro giorni fa...
Ah, s, buongiorno.
Siamo stati a vederlo ieri... Ma ora mi chiedevo se fosse possibile rivederlo? Un'ultima volta,
mi capisce...
S, certo. Quando le pu andar bene?
Be'... dissi. Nel pomeriggio? Alle tre? Le quattro?
Facciamo alle tre, allora?
S.
Davanti alla cappella.
S.
S, allora rimaniamo d'accordo cos. Bene.
La ringrazio.
Si figuri.
Sollevato dal fatto che la conversazione si fosse svolta senza problemi, andai in giardino e
continuai a tagliare l'erba. Il cielo era nuvoloso, la luce tenue, l'aria calda. Finii alle due. Poi entrai in
casa e andai dalla nonna e le dissi che dovevo vedere un amico, mi cambiai e mi incamminai verso la
cappella. Davanti all'ingresso c'era la stessa auto, lo stesso uomo apr quando bussai. Mi fece un cenno
di saluto col capo, apr la porta della stanza dove eravamo stati il giorno prima senza entrare e mi trovai
di nuovo davanti a pap. Quella volta ero preparato a ci che mi aspettava e il suo corpo, la cui pelle
doveva essere diventata ancora pi scura nell'arco delle ultime ventiquattr'ore, non risvegli nessuna
delle sensazioni che mi avevano colpito il giorno prima. Ora quello che vedevo era l'assenza di vita.
Che non c'era pi nessuna differenza tra quello che una volta era stato mio padre e il tavolo su cui era
disteso, o il pavimento su cui si trovava il feretro, o la presa della corrente al muro sotto la finestra, o il
cavo che correva fino alla lampada l accanto. Perch gli esseri umani sono solo delle forme in mezzo
ad altre forme, che il mondo ripete all'infinito, non solo in ci che vive, ma anche in ci che non vive,
disegnato nella sabbia, nella roccia, nell'acqua. E la morte, che avevo sempre considerato come la
dimensione pi importante della vita, oscura, attraente, non era niente di pi di un tubo forato che
spruzza, un ramo che si spezza al vento, una giacca che scivola da una gruccia e cade a terra.
...
.
...
FINE.